Vuoi mettere l’opposizione fatta in casa?

La prossima tornata elettorale, amministrativa ed europea, secondo molti potrebbe sancire la fine del neonato Partito Democratico, qualora i risultati dovessero penalizzarlo per l’ennesima volta. I sondaggi non fanno ben sperare e l’atmosfera è pesante sia attorno sia all’interno del partito. Gli avvoltoi che volteggiano sono tanti e paiono ben intenzionati a banchettare sul cadavere di un Pd uscito con le ossa rotte dalle urne.

Il perché di questo fallimento? È presto detto e si può riassumere in una parola: ideologia. Purtroppo, qualsiasi tentativo di riformare la sinistra è sempre naufragato nella capacità del mondo post-comunista di pensare solo in termini ideologici. E proprio quest’anno di vita del Pd lo dimostra. Inizialmente, il segretario Walter Veltroni si era proposto in maniera più dialogante rispetto a Romano Prodi, che dietro al suo pacioso quanto falso sorriso da bonario curato di campagna ha sempre provato un astio profondo per quel ceto medio produttivo (e verso Berlusconi che lo rappresenta) senza il quale l’Italia sarebbe alla fame, ma che persistere nel rifiuto di un modello di sviluppo rigidamente regolamentato come quello proposto da Visco e dallo stesso Prodi. Non appena gettato un ponte verso il nemico, ecco i vari Parisi (prodiano), Ferrero (sinistra estrema) e soprattutto Di Pietro, a urlare al tradimento e all’inciucio, con un fuoco di fila tale da far rivestire a Veltroni i panni dell’anti-berlusconiano bavoso, come del resto Franceschini dopo di lui. Ma il successo di questo fuoco di fila non si spiega se non considerando che anche l’elettorato è stato in qualche modo forgiato nell’ideologia del bersaglio da colpire nel corso degli ultimi 6 decenni.

L’altro, che sia Berlusconi, Craxi, gli Stati Uniti (specie con un presidente di destra), Israele o persino De Gasperi, non è considerato un avversario e neppure un nemico, bensì un peccatore che deve essere spazzato via senza pietà. E quel che vale per i comunisti, vale anche per la componente prodiana del Pd. Se i primi sono settari, altrettanto lo sono i secondi, poiché Romano Prodi è un discepolo di Giuseppe Dossetti, la cui concezione del cattolicesimo in altri tempi gli avrebbe senz’altro procurato l’accusa di eresia. A questo si devono aggiungere l’influenza dell’ideologia antifascista, in nome della quale tutti i partiti che non sono stati “forgiati” nel ferro e nel fuoco della lotta antifascista sono considerati alla stregua di eretici profanatori del tempio, e l’influenza dell’ideologia sessantottina, che di quella antifascista fu in qualche modo figlia, come dimostra il fatto che più di un terrorista ricevette proprio da ex-partigiani le pistole con cui disseminò di cadaveri l’Italia degli anni Settanta.

Ma nel momento in cui la sinistra comunista ha voluto preservare la sua purezza ideologia, si è inevitabilmente giocata la possibilità di andare al governo per mezzo secolo. Decenni di ortodossia inculcata al proprio elettorato hanno fatto sì che ogni apertura verso il Berlusca di turno sia considerata un tradimento, mentre di riflesso gli elettori di centro-destra, per decenni denigrati in quanto peccatori e perciò istintivamente anticomunisti, tendono a stringersi attorno a Berlusconi man mano che salgono i toni degli insulti verso di lui. Purtroppo per la sinistra, tutto questo avviene in un’Italia nella quale essa è sempre stata minoritaria. Per vincere il Pd ha bisogno di “rubare” elettori allo schieramento avversario, ma nel momento in cui ci prova abbassando i toni dello scontro, ecco che il Di Pietro di turno grida all’inciucio, ma tutto quel che ottiene è di togliere voti al Pd e nemmeno uno alla maggioranza di centrodestra. Insomma, finché il governo Berlusconi non combina disastri, la sinistra si trova in un cul de sac. Se non demonizza Berlusconi perde i voti dei propri elettori, se lo demonizza non guadagna elettori nella maggioranza, cosa di cui avrebbe bisogno, dato che è minoranza nel paese. E poiché la maggioranza parlamentare di centrodestra è numericamente solida, l’impossibilità da parte del Pd di farla cadere crea nel proprio elettorato un sentimento di frustrazione che lo spinge ad abbandonarlo per Di Pietro, che almeno urla addosso a Berlusconi come un ossesso.

A questo si aggiunga che la sinistra è da sempre il punto di riferimento degli intellettuali, siano essi accademici, giornalisti, scrittori o personaggi dello spettacolo e che, pur stando all’opposizione, molte delle battaglie combattute nel corso di questi decenni si sono tramutate in vittorie. Vittorie che hanno significato una maggior presenza dello Stato nell’economia e nelle nostre vite, e più posti al suo interno da occupare, cosa che a sinistra hanno fatto con gran lena. Per questo oggi la sinistra ha perduto la sua immagine rivoluzionaria ed è diventata l’emblema del vecchio. Insomma, come dimostra la querelle Silvio-Veronica, alla fin fine, in Italia, l’opposizione è un po’ come la roba da mangiare: molto meglio quella fatta in casa.

 

(Le Ragioni dell’Occidente, Giugno 2009)

    

 

 

 

 

 

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