L’importante adesso è scegliere: cosa vuole diventare il Titano?

La bufera che sta investendo la Repubblica di San Marino comincia a delinearsi nei suoi sviluppi, e a distanza di qualche settimana possiamo cominciare a trarre le prime conclusioni. Come da copione nella giustizia italiana, già si registrano i passaggi dal carcere agli arresti domiciliari. Se questo è solo il prologo a sviluppi ulteriormente favorevoli, dipenderà dalle indagini in corso.
Detto questo, però, occorre sottolineare come questa vicenda non sia stata un fulmine a ciel sereno, e che di avvisaglie di tempesta ce ne sono state più di una negli ultimi tempi. La classe dirigente (non solo politica) sammarinese deve interrogarsi su cosa si vuol fare della Repubblica del Titano, quale identità e quale ruolo darsi, e quali rapporti intrattenere con l’Italia e con l’Europa. Il tutto sapendo che se senza una forte identità e una netta chiarezza di intenti al proprio interno è del tutto impossibile intrattenere rapporti con soggetti esteri non improntati alla cedevolezza e alla paura. Per capirci, negli ultimi anni San Marino ha cercato di avvicinarsi all’Europa, come nel caso degli accordi con l’Ecofin del 2004, in base ai quali ha introdotto la cosiddetta “euroritenuta” sugli interessi dei capitali di residenti dell’Unione Europea conservati nelle proprie banche, mentre mal sopporta sempre più l’appellativo di paradiso fiscale. A questo si aggiunga la resistenza, del tutto legittima, alla conservazione del segreto bancario. Ora, bisogna decidersi: o si sta in Europa, con tutto il pour pourri di regolamenti e cavilli che ciò comporta, o si fa una battaglia di libertà mantenendo il segreto bancario e le caratteristiche di paradiso fiscale senza vergognarsi di alcunché. Certo, la cosa va fatta tenendo conto dei rapporti di potere con l’Italia di cui per forza occorre tener conto, stante le condizioni geografiche, immutabili per definizione. Purtroppo, il tradimento sul versante della libertà da parte del governo Berlusconi, impersonato dal misticismo colbertista del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, rischia fortemente di creare molte complicazioni ai rapporti tra Italia e San Marino, specie in un momento in cui la retorica statalista contro i paradisi fiscali è tornata di moda. Ma un conto è se dietro a chi tratta c’è una classe dirigente compatta che sa quello che vuole, un altro se c’è una classe dirigente tremebonda e priva di una visione relativa al futuro della Repubblica.
E proprio in un contesto del genere le divisioni politiche attuali hanno effetti particolarmente gravi. È stato uno spettacolo davvero desolante vedere come, nel corso di Report, molti politici intervistati a proposito d loro presunte malefatte, invece di cercare di discolparsi abbiano preferito rifugiarsi nel più squallido “ma perché accusate me quando Tizio ha fatto altrettanto?”. L’impressione data è stata quella di un “si salvi chi può”, perché tanto la baracca brucia. Davanti a simili spettacoli, la convocazione dell’ambasciatore italiano sa tanto di atto protocollare, di azione intrapresa per far vedere che si fa qualcosa, ma senza avere idee chiare su quale strategia adottare. Possibile che nessuno urli che il problema del riciclaggio non esisterebbe se in Italia il sud non fosse in mano a quattro organizzazioni criminali, due delle quali (mafia e camorra) radicate da secoli? Non mi risulta che nei secoli scorsi mafia e camorra imperversassero grazie alla presenza di San Marino. Anzi, nel caso della camorra occorre ricordare come questa fosse molto ben repressa dal regime borbonico e che nel corso della conquista di Napoli, l’allora Ministro degli Interni e della Polizia delle Due Sicilie, Liborio Romano, liberò dal carcere l’allora capo della camorra Salvatore De Crescenzo, in cambio del suo aiuto “patriottico” a Garibaldi, a cui garantì l’incolumità in cambio di un assegno di 75000 ducati (17 milioni di € di oggi). E che dire della Ndrangheta, la cui esplosione fu dovuta all’accaparramento dei contributi europei per l’olio degli anni Sessanta? Colpa di San Marino anche allora?
Sempre nel corso della puntata di Report, durante un colloquio tra il presidente del Gruppo Delta Mario Fantini e l’intervistatore, il primo ha sostenuto come “Una volta che un paese tassasse meno di un altro era un fatto importante per farlo crescere rispetto a un altro, quindi era un problema politico mentre oggi…si dà per scontato che debba prevalere nel tempo la perequazione fiscale, cioè che tutti i paesi abbiano la stessa tassazione”. Al che, l’intervistatore se ne è uscito con un eloquente: “Non le sembra giusto questo?”. A parte il fatto che nell’usare la leva fiscale per attrarre investimenti non c’è nulla di immorale, forse non è giunto all’orecchio dei signori di Report che nelle provincie di Rimini e Pesaro la benzina sarà meno cara (il governo italiano diminuirà la sua quota di prelievo) grazie al fatto che molti residenti italiani possono andare a fare il pieno sul Tritano utilizzando anch’essi la San Marino card. Miracoli della sperequazione! Riguardo alla perdita del gettito fiscale, poi, i paradisi fiscali possono avere molti vantaggi. Poiché ogni paese ha bisogno di denaro, anche quello sporco non fa schifo, specie dopo che è stato “opportunamente” ripulito dalle centinaia di banche presenti nei paradisi fiscali. Non è un caso che il governo federale statunitense consenta alle banche americane di avere filiali offshore.
Insomma, sarebbe ora che a San Marino smettessero di litigare sul nulla come se non ci fosse nulla per cui lottare. Oggi, tra i piccoli stati come Andorra, Liechtenstein, ecc, San Marino è quello che più si avvicina agli stati di grandi dimensioni, quanto a opacità regolatoria e interventismo statale. Del resto, molti di questi piccoli stati sono retti da monarchie, mentre San Marino è una repubblica democratica, con il tasso di litigiosità e di interventismo politico-clientelare che il modello comporta. Certo, le aliquote rimangono relativamente basse e rispetto all’Italia, ad esempio, la situazione non è minimamente paragonabile, ma occorre optare in maniera più incisiva per un assetto economico istituzionale più improntato verso il paradiso fiscale. Forse, è bene ricordare che in inglese paradiso si traduce con heaven, termine che si rifà a haven, il cui significato è rifugio, asilo, oasi di pace. Il che, non mi pare davvero così brutto.

(La Voce di Romagna, 28/5/2009)

 

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