Il triste paradosso della distruzione di ricchezza

Negli Stati Uniti, per l’esattezza in California, la Guaranty Bank del Texas ha fatto abbattere 16 ville sontuose di cui si era rimpossessata, perché gli acquirenti che presso di essa avevano contratto mutui non avevano onorato i contratti. Non trovando acquirenti ha deciso di abbatterle, perché mantenere le case vuote in questo periodo di crisi sarebbe costato diversi milioni di dollari a fronte delle poche centinaia di migliaia delle spese di demolizione.

Quando la Guaranty Bank aveva dato il via alla costruzione, il prezzo medio di vendita era di 325000 dollari, mentre adesso è sceso di oltre la metà. E poiché nessuno compra, la manutenzione di case, giardini e strade diventa troppo costosa in un momento in cui le banche hanno disperato bisogno di liquidità. Ciò che la Guaranty Bank è riuscita vendere, e per di più a prezzi stracciati, si limita a qualche suppellettile, tavoli di marmo a qualche vaso di fiori. Questa vicenda, in realtà, è lo specchio fedele di quanto è accaduto nell’economia di questi anni. Per chi ha qualche dimestichezza con la teoria del ciclo economico, questa distruzione fisica rappresenta concretamente, e in maniera lampante, il concetto di distruzione di ricchezza causata dal malinvestment indotto da politiche monetarie e bancarie distorsive. Come molti sapranno, le banche centrali hanno la possibilità di manipolare il mercato del denaro sia agendo sulla quantità, attraverso l’emissione di moneta, sia agendo sui prezzi, manipolando il tasso di interesse, che è appunto il prezzo a cui le banche si prestano il denaro e che indirettamente influisce su quello concesso alla clientela.

Manipolando i tassi, le banche centrali hanno indotto un numero consistente di imprese a ritenere che le loro strutture di capitale avessero una proporzione di debito minore rispetto a quella ottima, dato il contesto di bassi tassi di interesse e la gran quantità di fondi disponibili. Di conseguenza, fuorviati anche da un’errata quanto indotta percezione del rischio, molti imprenditori hanno ritenuto conveniente indebitarsi per intraprendere progetti ad alta intensità di capitale più lontani dalle fasi del consumo, come quelli relativi ai cantieri edili. Contemporaneamente, grazie anche alle leggi emanate dall’Amministrazione Clinton che spingevano le banche a concedere mutui per l’acquisto di abitazioni anche a mutuatari a forte rischio d’insolvenza, molte persone che normalmente avrebbero sottoscritto un contratto d’affitto, si sono indebitate per l’acquisto di una casa, o addirittura di una villetta con giardino. Ma nel momento in cui l’effetto della variazione dei tassi si esaurisce, ecco che le preferenze effettive dei consumatori ritorneranno quelle di prima. A quel punto, le risorse vengono reindirizzate, quando è possibile (e a costi elevati), verso settori più prossimi al consumo, e la concorrenza che così si crea sul mercato dei capitali provoca il rialzo dei tassi si interesse.

Purtroppo, le autorità politiche e monetarie sembrano aver dimenticato due cose: la prima è che la funzione dei prezzi è quella di diffondere informazioni sulla base delle quali le persone prendono le loro decisioni. Se le informazioni sono distorte, allora le decisioni delle persone finiscono per rivelarsi errate. La seconda, che il valore non è intrinseco ai beni prodotti, ma è il giudizio che su di essi esprimono i consumatori. E ciò che è stato prodotto, come le villette in California, purtroppo si sta rivelando privo di valore perché non soddisfa le esigenze dei consumatori. Per questo viene abbattuto. Il risultato è che abbiamo una domanda insoddisfatta in settori più prossimi al consumo e un eccesso di offerta di beni ad alta intensità di capitale più lontani dalle fasi del consumo, come appunto le abitazioni. Ciò che gli anglosassoni chiamano malinvestment. Tutto questo provoca inevitabilmente la crisi. Crisi che non è dovuta quindi a motivi psicologici, checché ne dica Berlusconi. Le risorse scarse a disposizione degli operatori sono state indirizzate in quantità eccessive verso settori nei quali la domanda era in buona parte già soddisfatta. Per capirci, è stato distrutto capitale. I redditi reali che in molti oggi hanno stanno vedendo calare, siano essi da lavoro dipendenti, siano essi legati ad azioni e obbligazioni, resteranno più bassi a lungo, perché il capitale che in tutte le sue varie forme li genera è diminuito. E diminuendo la loro fonte, anche i redditi diminuiscono.

Quanto sta accadendo in California illustra bene ciò che è accaduto, ossia la distruzione di capitale accumulato, frutto del risparmio di generazioni. E questa distruzione non è limitata agli Stati Uniti, ma riguarda il mondo intero. Sì, siamo più poveri, e per diventarlo ci abbiamo messo un attimo, mentre per “ridiventare più ricchi” occorre tempo e fatica, perché la povertà è lo stato naturale dell’uomo, mentre la ricchezza è il frutto del suo lavoro e della sua creatività, come testimonia il fatto che nella seconda metà del XVIII secolo un filosofo morale di nome Adam Smith decise di intraprendere un‘indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni. La speranza è che si tragga insegnamento dagli errori, che sono di natura esclusivamente politica. Purtroppo, però, provvedimenti demagogici di molti politici, e slogan altrettanto tali di economisti e intellettuali statalisti improvvisamente risorti dopo 20 anni di meritato oblio, fanno temere il peggio.

 

(La Voce di Romagna, 23/5/2009)

    

 

 

 

 

 

 

 

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  1. #1 di Matteo Corsini il maggio 26, 2009 - 5:47 am

    Gli americani hanno per lunghi anni vissuto al di sopra delle loro possibilità, azzerando la propensione al risparmio e, per di più, accumulando debbiti. Il denaro creato dal nulla e concesso a basso costo ha indotto molti (troppi) individui a contare sull’effetto ricchezza dovuto all’incremento dei prezzi di immobili e attività finanziarie. Purtroppo non si rendevano conto che si era creato un circolo vizioso e che quella ricchezza, non essendo basata sul risparmio, era destinata ad evaporare.

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