Se sei nero ti tirano le pietre. Se sei rosso, tutto ok!

In Italia, patria del politically correct antifascista, il pregiudizio è da condannare a seconda del colore. Se è nero (cori razzisti), apriti cielo, se è rosso (sequestro dei manager), allora è giustificato, se non applaudito.

Riguardo ai cori razzisti, il riferimento è a quanto accaduto nel corso di Juventus-Inter di sabato scorso. Indubbiamente, i fischi ad personam e certi cori (sei solo un negro di m…) come quelli rivolti a Mario Balotelli sono gesti infami, ma non denotano necessariamente razzismo parola grossa che andrebbe usata con cognizione di causa. Tutt’al più, in Italia abbiamo casi di xenofobia, ossia di paura dello straniero, comprensibile in un paese dove gli immigrati regolari e irregolari delinquono rispettivamente 3 e 28 volte più degli italiani. Il razzismo è l’odio verso membri di altre razze in quanto tali, fenomeno che affonda le proprie radici nella visione teologica protestante, secondo la quale certi popoli come i neri, gli indiani d’America o altri a suo tempo colonizzati sono arretrati perché “predestinati” a esserlo, mentre il bianco, toccato dalla Grazia divina avrebbe il diritto di dominare. Infatti, non è un caso che gli indiani d’America o gli aborigeni australiani siano stati vicini all’estinzione, diversamente dagli indios dell’America latina. Anzi, molti cattolici spagnoli e portoghesi non hanno esitato a sposare indigene che ritenevano esseri umani uguali a loro, mentre in Nord America e Australia le unioni miste erano molto rare. Tornando al caso Balotelli, più che di razzismo, parlerei di un mix tra mancanza di cultura sportiva e ignoranza del tifo italico, rafforzato da comportamenti spesso deprecabili tenuti nel recente passato dallo stesso giocatore. Del resto, c’erano altri atleti di colore in campo, ma l’unico preso di mira è stato lui. Questo, però, non giustifica l’atteggiamento del pubblico, e tantomeno di certa stampa scritta e televisiva, che in Italia sembrano divertirsi di più a vomitare odio verso gli avversari che a sostenere i propri beniamini. L’uso dell’epiteto negro ha risvolti meramente identificativi, come quando si urla terrone a un giocatore proveniente dal sud. L’insulto è sì grave, ma non perché ha intenti razzisti, bensì perché denota un grado di ignoranza della nostra società decisamente preoccupante, soprattutto poi nelle curve degli stadi. Non ci si rende conto che insultare una persona per il colore della pelle o per la sua provenienza significa disprezzarlo non per ciò fa, il che ci starebbe pure se uno si comporta male, ma per ciò che è.  Inoltre, l’estraneità del razzismo alla nostra cultura fa sì che manchi del tutto la consapevolezza di quanto gravi siano le conseguenze di certi comportamenti. 

Riguardo, invece, ai sequestri dei manager, qui i giudizi sono stati ben più indulgenti, nonostante la violenza sulle persone sia stata assai più marcata. Ma a questa mancata condanna bisogna stare attenti, poiché di tanto in tanto, nelle società occidentali, le persone mostrano un forte atteggiamento di sofferenza, perché in esse non tutti hanno uguale fortuna. Certo, in questo caso c’erano persone che perdevano il posto di lavoro in un momento di grave crisi, ma accanto ad esse si muovono anche giovani troppo benestanti per mettersi al confronto con altri e che si lamentano dei lauti guadagni di manager e imprenditori, senza però agitarsi troppo per i guadagni di cantanti di musica leggera, di divi del cinema e dello sport, o di dirigenti sindacali. Del resto, quella dei divi è come la condizione del potente descritta da Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali. Condizione che rispecchia i nostri sogni e i nostri desideri e ci porta a provare una particolare simpatia per la soddisfazione che prova chi, oltre a essere ricco, gode di fama e prestigio e perciò è circondata dalla stima e dall’affetto generali. Come nel caso del gossip, ogni disgrazia e ogni offesa che riguarda questi divi suscita nell’animo dello spettatore  una compassione e un risentimento assai superiore di quelli che di solito si provano per altri uomini. Infatti, le sventure di re, divi e innamorati sono spesso i copioni di film e rappresentazioni teatrali, dato che, malgrado tutto quello che la ragione e l’esperienza ci dicono, i pregiudizi dell’immaginazione attribuiscono a queste due condizioni una felicità maggiore di ogni altra.

Tutto questo, però, denota un atteggiamento invidioso e persino infantile, poiché gli improperi urlati a chi si arricchisce lavorando sono risparmiati a chi, come i divi dello spettacolo e dello sport (purché non avversari), si arricchiscono svolgendo attività ritenute dai più divertenti. Il fatto che i divi si arricchiscano con un lavoro che i “comuni mortali” non faranno mai viene accettato, non così accade invece verso coloro che, pur essendo sensibilmente meno ricchi dei divi dello spettacolo e dello sport, riescono a guadagnare redditi cospicui facendo cose da “comuni mortali”, magari dimostrando che con maggiore impegno e raziocinio è possibile far meglio. È interessante notare come l’invidia trovi il suo terreno di sviluppo tra eguali. Come ci ricorda il sociologo Helmut Schoeck, un re o un presidente non saranno mai bersaglio di invidia, perché la maggior parte della gente sa che non diventerà mai re o presidente, per cui, lo sfarzo di re o presidenti urteranno assai meno del lusso che é in grado di sfoggiare un manager. Con un po’ di fortuna, infatti, uno può diventare manager. Non é perciò il lusso in sé che provoca stizza, bensì l’impossibilità, tipica della società moderna, di impedire che i nostri pari godano di un lusso relativo. Giustificare tutto questo non potrà che perpetrare una società di mediocri e risentiti, livellata ed egualitaria. Salvo magari nei pregiudizi.

 

(La Voce di Romagna, 22/4/2009)

 

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  1. #1 di Paolo dalle quote calcio il giugno 24, 2009 - 10:09 pm

    ma si sa che i rossi come i neri (in senso politico) sono razzisti. All’estrema destra o all’estrema sinistra, non importa: si va sempre a finire nella dittatura

  1. Notizie dai blog su Se sei buono ti tirano le pietre

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