L’Italia giacobina impedisce ogni riforma costituente

Nell’articolo di martedì 14 aprile Sergio Romano ha evidenziato come il quadro politico sempre più bipartitico e stabile, a lungo invocato e del quale dovremmo essere soddisfatti, stia invece esacerbando l’animo degli italiani scatenando “una sorta di guerra civile fredda tra campi contrapposti”. Pur riconoscendo qualche eccesso d’astio nelle posizioni del centrosinistra, Romano ha invitato Berlusconi a farsi carico degli oneri del dialogo, in quanto toccherebbe a lui “rompere il ghiaccio e passare, d’accordo con il centrosinistra, alla fase costituente”, anche in forza della larga maggioranza di cui dispone.

Fin qui nulla da obiettare, ma l’ex ambasciatore va oltre sostenendo che Berlusconi “non si considera soltanto utile al futuro del paese: si ritiene indispensabile” e che questa auto-rappresentazione gli impedisce di completare la riforma della Costituzione d’intesa con l’opposizione. C’è indubbiamente del vero in questo, però nell’indicare Berlusconi come colpevole numero uno della spaccatura del paese Romano mi sembra del tutto fuori strada. Certo, un magnate delle televisioni in politica presta il fianco a forti critiche per via del suo conflitto d’interessi, ma il tono d’astio usato da post-comunisti verso Berlusconi è lo stesso usato, non solo verso Andreotti e Craxi, ma anche nei confronti di un uomo limpido come Alcide De Gasperi, il cui governo venne accusato da Pajetta di disprezzare Parlamento e Paese, nonché di essere al servizio dello straniero come quello di Mussolini, e perciò guerrafondaio. Mentre Togliatti se ne uscì con frasi del tipo: “L’abito di De Gasperi? Macchiato di sangue, come si addice ai servi dell’imperialismo americano”. Oppure: ” L’anticomunismo ministeriale? “Un’istanza di odio, di calunnia, di diffamazione e di scissione”.

La verità è che il maggior ostacolo a una riscrittura della costituzione è rappresentato dalla cultura giacobina della sinistra italiana, la cui visione manichea per cui tutto ciò che le è estraneo è male ha contagiato la nostra politica. Il successo di personaggi come Michele Santoro o Beppe Grillo testimonia come una parte del paese sia irrimediabilmente intrisa di quella cultura dell’odio e della contrapposizione totale che il Pci ha instillato nel suo popolo. Certo, è vero che l’Italia è un paese ricettivo a questo tipo di sollecitazioni, perché secoli di storia ci dicono che il nostro forte spirito di fazione ci porta a dividerci su tutto e a litigare per ogni cosa, ma 60 anni di egemonia culturale comunista hanno sortito il loro effetto. I pur lodevoli tentativi del Pd di modernizzarsi sembrano cozzare proprio contro l’anti-berlusconismo dei suoi elettori, a loro volta educati proprio dal partito all’odio verso l’avversario; avversario che non è visto nemmeno come un nemico, ma come un peccatore. Peccatore per il quale non c’è né perdono, né ravvedimento, ma solo il rogo. In Italia tutto ciò che si trasforma in bersaglio dei post-comunisti sembra incorrere nella dannazione eterna, mentre tutto quel che cade sotto il suo manto protettivo diviene intoccabile. E se la sinistra frena nel demonizzare il peccatore, ecco un Di Pietro pronto a vestire i panni del Savonarola per un elettorato che non aspetta altro.

Forse Romano dovrebbe ritornare ai giorni di Tangentopoli, quando il Corriere di Paolo Mieli, la Repubblica di Scalfari, la Stampa di Ezio Mauro e l’Unità di Walter Veltroni si passavano veline a tutto spiano e uscivano tutti giorni con lo stesso titolo. Corriere, Repubblica e Stampa, ossia il grande salotto della finanza e della grande industria, alleati con l’Unità, ossia il vecchio Pci. Insomma, tra Craxi e Occhetto, tra Psi e Pci, banchieri e grandi industriali scelsero Occhetto e il Pci, ritenendolo più debole (e quindi più malleabile) in quanto orfano del comunismo appena crollato nell’est europeo. Ma il gotha dell’italico capitalismo, dimostrando tutta la propria ignoranza, non ha fatto i conti con lo spirito religioso che lega il Pci al proprio popolo. E lo stesso è valso per Berlusconi.

Purtroppo, a causa dei propri limiti culturali, Lega e Pdl non sembrano in grado di elaborare una strategia di modernizzazione del paese, a cominciare proprio da una modifica radicale della costituzione che non si limiti alla seconda parte. Detto questo, però, come si fa ad attendersi qualcosa da una sinistra il cui unico programma sembra essere gettare fango sul proprio nemico? Berlusconi osa criticare la costituzione? Ecco Franceschini che ci giura sopra. Pur guardandosi bene dal farlo, Berlusconi dice che bisognerebbe abbassare le tasse? Padoa Schioppa dice che le tasse sono belle. Sembrano casi psichiatrici ossessionati da Berlusconi, al quale, a dire il vero, rimproverano poi solo due cose: tutto quello che dice e tutto quello che fa. E ciò che vale oggi per Berlusconi, domani varrà per qualcun altro. Possibile che in questo paese si debba sempre venire a compromessi, per forza di cose al ribasso, con i falliti della storia? Certo, Berlusconi non sarà il massimo della vita come premier, ma a parte il fatto che il mondo non sembra offrire molto di meglio, non è colpa sua se la nostra democrazia ha vissuto per quasi mezzo secolo senza conoscere l’alternanza di partiti al governo. Non è colpa sua se il Pci ha sacrificato la possibilità di andare al governo all’adesione a un’ideologia genocida. Non è colpa sua se c’è una parte di italiani che ritenendosi libera dal peccato e depositaria della purezza morale, per ciò stesso si sente legittimata a coprire d’odio e di insulti chiunque non la pensi come loro.

 

(La Voce di Romagna, 17/4/2009)

 

     

 

 

 

 

 

 

    

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