Questo strano paese cinico e generoso

Eventi come il terremoto di lunedì mattina lasciano letteralmente senza fiato. Forse è per questo che anche un paese atavicamente litigioso e dalla chiacchiera facile come l’Italia sembra aver abbandonato, almeno per qualche giorno, tutte le polemiche che lo pervadono. Qualcuno ha provato a innescare la rissa sulla prevedibilità o meno dei terremoti, ma senza successo, qualcun altro ha provato a invocare le dimissioni del responsabile della protezione civile Bertolaso, ma tutto si è risolto in un belato d’Agnoletto.

Per chi si occupa dei fatti della politica o dell’economia diventa anche difficile scrivere qualcosa che non suoni banale o scontato. Le immagini dicono più di mille parole e i volti di chi ha perso tutto esprimono un dolore che nessuna frase potrà mai descrivere. Tragedie come queste sembrano davvero mettere a nudo pregi, difetti e stati d’animo di un paese. Trascorsa l’emergenza sarà tempo di bilanci. E la solidarietà che in momenti come questi noi italiani sappiamo mostrare come pochi popoli al mondo, dovrà far posto all’assunzione di responsabilità per gli errori commessi, esercizio questo, in cui siamo notoriamente carenti. Edifici antisismici che poi antisismici non erano. Siamo alle solite, soprattutto da Roma in giù.

Certo, in momenti come questi c’è indubbiamente una componente di fatalità che va riconosciuta. Per quanto si possa fare per prevenire le conseguenze di eventi come questo, Dio sembra volerci ricordare, ogni tanto, i nostri limiti e le nostre debolezze nei confronti di una natura spesso crudele, che quando colpisce lo fa a caso e senza riguardi per nessuno. Mai come in questi casi la selezione sembra proprio avere un ché di casuale, di darwiniano. A bambini e giovani che periscono sotto le macerie fanno riscontro persone anziane miracolosamente scampate alla morte che vedendo quanto è rimasto della loro casa quasi rimpiangono di aver salvato la pelle, perché quando si è vecchi la propria casa è qualcosa di più di un rifugio, di un tetto sopra la testa. È un prolungamento della propria persona senza il quale ci si sente morire dentro.

Detto questo, però, chi ha una certa età non può non ricordare le tragedie del Belice, del Friuli e dell’Irpinia. Se in Friuli la ricostruzione fu rapida quanto silenziosa, Belice e Irpinia si trascinano ancora i malanni di quella stagione. Specie nel caso dell’Irpinia, poi, le malversazioni furono cospicue, stante anche la grandezza del territorio teatro della tragedia. Le regioni coinvolte furono due (Campania e Basilicata) e le provincie furono quelle di Avellino, Caserta, Napoli, Salerno e Potenza. Se non altro, oggi sono coinvolti soltanto (si fa per dire) 26 comuni, anche se il sisma è stato forte.

Purtroppo, come detto poc’anzi, così come sappiamo dare il massimo nel momento della solidarietà, che è poi quello dell’emergenza, allo stesso modo siamo laschi e permissivi nella quotidianità. Deroghiamo costantemente alle regole, perché tanto…figurati se va a capitare proprio a me…, ma è proprio quando le cose vanno bene e procedono normalmente che il rispetto delle regole diventa un comportamento abituale che conferisce spessore civile e morale a una società. Quegli edifici che sarebbero dovuti essere antisismici, e che tali non erano, testimoniano un certo modo di fare approssimativo e cinicamente fatalista. Si sono fatte le cose pensando che tanto le probabilità del sisma sono basse, senza tener conto che, benché ciò sia vero, basta una scossa di un minuto per stroncare delle vite. Certo, quel minuto nell’arco di una vita è un evento infinitesimale, ma tutta la nostra esistenza è fatta di attimi. Anche quello del trapasso è un attimo, ma è un attimo che si consuma per sempre. E irrimediabilmente.

 

(La Voce di Romagna, 9/4/2009)

                             

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