Ecco il pataca di turno

Nei momenti più difficili della nostra vita, individuale e collettiva, molto spesso sembrano cattive anche le cose che in periodi più fortunati sembrano buone. Basti pensare alla globalizzazione e al libero commercio internazionale, che ha consentito alle persone di viaggiare all’estero e alle merci estere di arrivare nei nostri negozi. Ebbene, nei momenti di euforia e ottimismo tutto questo rappresenta un’opportunità, nei momenti di crisi ci appare una minaccia alla nostra sicurezza e alle nostre certezze.
E lo stesso vale per la lingua. Quando le cose vanno bene si guarda con ottimismo a quel che si conquista, come l’apprendimento dell’inglese, mentre nei momenti di crisi si guarda con rimpianto a quel che si perde, come il dialetto. Del resto, si sa, si stava meglio quando si stava peggio. Idem per quanto riguarda la cucina. Come non ricordare, in pieno boom negli anni ’80, il proliferare di novelle cousine, ristoranti cinesi, indiani e di altre improbabili nazionalità. Ebbene, con la crisi si riscopre il tipico. Se proprio devo spendere dei soldi al ristorante, tanto vale spenderli per mangiare come Dio comanda senza tanti esperimenti. Riguardo poi alla Romagna, non mi sembra sinceramente di aver notato particolari cambiamenti in questi ultimi decenni dal punto di vista gastronomico. Certo, la presenza di qualche Mc Donald’s e qualche Kebab in più si nota, ma le pizzerie non si contano, come pure i ristoranti tipici in cui gustare, a prezzo spesso modico, una tagliatella o uno strozzaprete, e una grigliata di carne, magari accompagnati da un buon Sangiovese, o preceduti da un antipasto a base di piadina. E c’è l’imbarazzo della scelta anche per chi, sulla costa, vuol pranzare o cenare a base di pesce, ma in questo caso non sempre il rapporto qualità prezzo è soddisfacente. Inoltre, la cucina romagnola di suo ha ben poco e quel che ha di tipico lo attinge alla tradizione culinaria regionale emiliano-romagnola, tutt’al più con qualche aggiunta marchigiana. La tagliatella, la lasagna e il tortellino, ad esempio, sono bolognesi (il tortellino, a dire il vero, è conteso con Modena), mentre di suo, la Romagna, oltre alla piadina e ai vini non può vantare molto altro di significativo.

Romagna senza identità, quindi? Neanche per sogno. Di suo la Romagna mette capacità imprenditoriale e voglia di fare, energia e ospitalità. La riviera, ad esempio, è divenuta qualcosa di tipico. Dici riviera romagnola e in Italia tutti sanno cos’è. Eppure, se la si dovesse identificare con qualcosa di ben preciso si avrebbero parecchie difficoltà. Anzi, la prima cosa che salta agli occhi è proprio quella cementificazione selvaggia tanto invisa alla sinistra al potere in Romagna da 60 anni. A tal proposito, il segretario del Pd Dario Franceschini, prima di accusare chicchessia di voler cementificare l’Italia dovrebbe fare un saltino nella riviera romagnola; romagnola come il presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani da Massalombarda da lui fortemente voluto nel direttivo nazionale del partito. In ogni modo, il modello di sviluppo della riviera, basato sul turismo di massa, di tipicamente romagnolo ha sempre avuto poco o nulla. Le discoteche non sono un’invenzione made in Romagna e lo stesso dicasi per i locali in spiaggia. Insomma, il turismo di massa mal si concilia con l’identità locale. Questo, però, non significa che in Romagna si sia sbagliato. Tutt’altro. Dal punto di vista imprenditoriale, che è l’aspetto che conta, la scelta compiuta dal dopoguerra ad oggi si è rivelata azzeccatissima. Come detto poc’anzi, l’identità romagnola si è manifestata negli aspetti immateriali, ossia nel servizio, nell’inventiva e nella capacità imprenditoriale consistente nel capire al volo e nel soddisfare i bisogni del cliente. E questo nessuna crisi lo potrà mai cancellare.

Non è la scomparsa del dialetto o l’apertura di qualche ristorante etnico a far sparire l’identità di un popolo. Anzi, qualche innovazione a riguardo può essere salutare. Aprirsi al mondo male non fa. Come non ricordare il mito del vitellone romagnolo, che negli anni ’60 intrisi di ottimismo conquistava le svedesi. Oggi, invece, se uno vede un ragazzo assieme a una bella ragazza dell’est viene da pensare: “Ecco il pataca di turno che ha trovato chi lo spenna”. Oddio, dati i tempi, la cosa ha un certo fondamento di verità, ma che pessimismo! E poi, anche per la cucina, non sempre la tradizione deve essere rigidamente osservata. Ad esempio, il tortellino io lo preferisco alla panna, come molte persone della mia età che hanno potuto scegliere. Evidentemente, questa innovazione ha incontrato il gradimento di molti, a differenza del tortellino al ragù (carne con carne, mamma mia!), che a Bologna non lo si mangia nemmeno sotto tortura.

Insomma, come in tutti i periodi di crisi, anche oggi si va alla ricerca delle poche certezze rimaste, ma è solo aprendosi al mondo e sperimentando soluzioni innovative che l’uomo si migliora e supera le difficoltà.

(Le Ragioni dell’Occidente, 6/4/2009)

 

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