Il Pdl è un contenitore vuoto, ma non è necessariamente un male

Dopo l’accoppiamento avvenuto circa un anno fa, e una gestazione lunga 12 mesi, finalmente Forza Italia e Alleanza Nazionale entrano in sala parto per dare alla luce la loro creatura chiamata Pdl. In questi giorni si sono sprecati lacrime e fazzoletti per la fine della destra, con tutto il contorno di retorica sulla scomparsa dell’identità che si accompagna in occasione di questi eventi.

Ironia della storia, laddove non sono riusciti oltre 60 anni di antifascismo è riuscito lo “sdoganatore” Silvio Berlusconi mediante assorbimento. Come al solito, i politici della prima repubblica non avevano capito proprio niente: per cancellare le ultime tracce di fascismo, invece dell’ostracismo, serviva l’abbraccio mortale dell’arco costituzionale. Bando alle ciance, da ex-missino, dico che della scomparsa di An c’è soltanto da rallegrarsi. In realtà, An è stata la versione governativa dell’Msi, un partito che aveva un’identità basata sulla testimonianza di un periodo (il fascismo) destinato a non ripetersi più e da consegnare definitivamente alla storia. Chi della sua memoria e della sua difesa ne aveva fatto la propria ragion (politica) d’essere quando stava nel ghetto della politica, una volta al governo della Repubblica fondata sull’antifascismo ha dovuto scegliere: o la poltrona o l’identità. E si sa, da che mondo è mondo, la politica è il gioco del potere e il Risiko delle poltrone. In ogni modo, di trasmissioni con esponenti post-fascisti che si impegnavano a spiegare cos’è l’identità della destra ne ho viste tante: idee poche, aria fritta a iosa.

Passando a Forza Italia le cose non cambiano granché. Coloro che dovevano essere i protagonisti di una rivoluzione liberale, soprattutto in campo economico, hanno finito per replicare politiche tardo democristiane. Del resto, c’è poco da stupirsi se si pensa che di ex-democristiani di quarta fila Forza Italia ne è piena. Paradossalmente, proprio questo vuoto culturale dovrebbe rendere più facile la fusione. Meno resistenze ideologiche, meno difficoltà. Le lacune di carattere culturale, comunque, ci sono e soprattutto nel quinquennio 2001-2006 hanno ostacolato non poco l’azione di governo dell’allora Casa delle Libertà. L’incapacità di darsi una linea coerente di politica economia tendente a ridurre il peso dello Stato nell’economia ha reso vani i propositi di modernizzazione del paese avanzati da Silvio Berlusconi al momento della sua entrata in politica. Certo, una rivoluzione liberale in Italia è molto difficile, specie in presenza di un Mezzogiorno che alla mammella dell’assistenzialismo di stato si è nutrito fino a diventarne tossicodipendente, però la burocrazia è ancora lì a rovinare l’esistenza di chi produce, il fisco è rimasto iniquo e vessatorio, mentre la bandiera delle liberalizzazioni e della concorrenza sono state addirittura lasciate in mano alla sinistra post-comunista. Insomma, l’obiettivo iniziale di Forza Italia di compiere una rivoluzione liberale è sostanzialmente fallito, e con esso la sua ragion d’essere.

Purtroppo, questi 15 anni di centro-destra ci hanno regalato una classe dirigente ancora ossessionata dal bisogno di legittimazione di una sinistra in completa bancarotta ideologica e culturale. Del resto, non solo i politici, ma anche gli elettori di centro-destra non leggono. Le classifiche delle vendite vedono tutte le settimane ai primi posti della saggistica almeno 9 libri di sinistra. Perciò, non deve meravigliare più di tanto l’evoluzione verso il sinistrismo politically correct di Gianfranco Fini, che a Porta a Porta ha detto di non trovarci «nulla di male» se a volte viene «etichettato come uno di sinistra». Oppure che in un mare di insipienza come quello in cui nuota il centro-destra, riesca a svettare un banale pamphlet come La Paura e la speranza di Giulio Tremonti, 111 pagine di autentica ferocia statalista, giusto per non far sentire troppo l’assenza della sinistra estrema dal parlamento. E che dire di Berlusconi, che la scorsa estate se ne uscì dicendo che “la vera politica di sinistra la faremo noi”?

Eppure, esempi contrari non mancano, come nel caso di Marcello Pera, che si sta battendo per appianare gli assurdi contrasti tra cattolici e liberali, o di Renato Brunetta, che quando pesta sa dove e come farlo, non vergognandosi di chiamare fannulloni quei dipendenti pubblici che non fanno il proprio dovere o chiamando azioni di guerriglia gli atti di teppismo degli studenti di sinistra dell’Onda. E mai una volta che Brunetta abbia sentito il bisogno di smentire o di rettificare quanto detto, perché quando si ha un bagaglio culturale sufficiente a padroneggiare la materia di cui ci si occupa, le convinzioni poggiano su basi solide e non si avverte il bisogno di tirare indietro la mano con cui si è lanciato il sasso.

Il Pdl che sta per nascere è un contenitore vuoto, ma questo può offrire vantaggi. Può essere riempito con idee nuove. A questo dovrebbero provvedere i think tank, quegli organismi indipendenti come l’Istituto Bruno Leoni che si occupano dell’analisi delle politiche pubbliche fornendo idee e soluzioni ai problemi che via via si presentano. A differenza della sinistra, la destra ha poche incrostazioni ideologiche. Chissà che questo vuoto non possa rappresentare un’occasione.

 

(La Voce di Romagna, 21/3/2009)

    

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