Quella rupe laicista da cui rischiamo di cadere

Il mondo occidentale sta invecchiando e in Italia la tendenza è più marcata che altrove. I costi di sanità e previdenza, pubblica e privata, sono perciò destinate ad aumentare. Più assicurazioni private e più spesa pubblica per pensioni e sanità comporteranno meno risorse per lo sviluppo economico. In tal modo la torta (il Pil) su cui si calcolano le imposte crescerà sempre meno e, di conseguenza, crescerà sempre meno il gettito fiscale e con esso le risorse per sanità e previdenza. Insomma, è un circolo vizioso: più si invecchia, meno produttivi si diventa e più scarse diventano le risorse a disposizione.

Alla luce del caso Englaro, mi sembra che questo aspetto sia stato trascurato dai laicisti esultanti per la morte di Eluana. Sul Giornale di giovedì 12 febbraio Michele Brambilla riporta che Beppino Englaro, il padre di Eluana, “non perdona” le suore misericordine che si sono prese cura della figlia, perché “per 17 anni hanno messo le mani addosso a Eluana”. Giustamente, Brambilla ha osservato come quelle fossero “mani che pulivano, pettinavano, nutrivano, prevenivano le piaghe e a muoverle era l’amore”. Fatta salva la compassione che è doveroso tributare a un uomo che si vede portar via una figlia giovane, fa male vedere denigrata l’opera di chi, come le suore che hanno accudito Eluana Englaro, ha dedicato la propria esistenza a soccorrere il prossimo con quell’amore che promana dal cuore di un numero sempre più piccolo di persone. Come ci ricorda Alexis de Tocqueville, con il protestantesimo e l’avvento al potere di Enrico VIII nel XVI secolo, quasi tutte le opere di carità del regno (soprattutto i monasteri) furono soppresse. Così, la beneficenza, da virtù divina che per secoli fece leva su uomini dallo spiccato sentimento di carità, con il protestantesimo si trasformò in un problema meramente organizzativo di carattere burocratico. E, soprattutto, di esclusiva pertinenza dello Stato.

Indubbiamente, con l’avvento della società moderna era inevitabile una razionalizzazione dell’assistenza a poveri e bisognosi, ma fu grazie alla nascita dello Stato moderno che si è avuta la progressiva scomparsa di tutte le istituzioni caritatevoli, perché lo Stato moderno si arroga il monopolio del potere coercitivo e non tollera che venga messo in discussione. Sanità, scuola e previdenza diventano sempre più burocratizzate e il loro unico problema sono le risorse per farle funzionare. Gli aspetti caritativi passano in secondo piano rispetto alle esigenze organizzative. Anzi, spesso stridono con lo spirito burocratico che l’assistenza e la beneficenza sono andate assumendo dal XVI secolo a oggi. Per questo, figure come le suore che hanno accudito Eluana Englaro sono sempre più rare, e lo stesso vale per il personale infermieristico, come nel 2006 io stesso ho potuto appurare nella casa di cura in cui mi sono operato, dove gli infermieri erano tutti stranieri.

In ogni modo, sono molto scettico sull’utilità di una legge sul testamento biologico, perché mai come in questo caso si sono scontrate due visioni del mondo che hanno entrambe ragioni da far valere. Il dubbio che chi è in uno stato vegetativo soffra per la propria condizione e non lo possa comunicare deve essere sempre tenuto presente. Inoltre, la Chiesa non può imporre i propri valori ai non credenti. Le volontà di chi, come Piergiorgio Welby, vuole che gli si stacchi la spina, devono essere rispettate. Lo Stato deve impedire che le persone non aggrediscano il prossimo su questa terra e non cercare di salvare gli uomini dall’inferno. Quel compito spetta alla Chiesa e a essa soltanto.

Riguardo ai laicisti, neppure loro possono pretendere un’etica di Stato conforme alle loro idee. Certo, Beppino Englaro ha solo cercato di esaudire il desiderio della figlia di evitare un calvario di una morte lenta, ma ogni qualvolta il confine della difesa della vita viene spostato il rischio è quello che non si fermi. E se oggi stacchiamo la spina a chi lo chiede, domani, stante gli stati in bancarotta e la scarsità di risorse per curare un numero sempre maggiore di persone anziane, si potrebbe arrivare a decidere di staccare la spina a chi magari è soltanto malato e vorrebbe vivere. Esautorando del tutto la Chiesa e il mondo del volontariato, un giorno ci si può trovare obtorto collo a far la politica di Sparta. I deboli non possiamo permetterceli? Buttiamoli giù dalla rupe come i bambini menomati di Sparta. Magari una rupe progressista, lontana anni luce dal Vaticano e da quell’etica cristiana, eliminata la quale ogni invalido e ogni vita “indegna di essere vissuta” può venire soppressa senza sporcarsi troppo la coscienza. Salvo però ricordare che quella di Sparta è solo una leggenda, perché lì i bambini venivano “solo” abbandonati sulla montagna, il che è brutto ma compatibile con i valori di una società guerriera. E qualche bambino a volte si salvava, mentre nella società buonista di oggi in cui è bandita la sofferenza, salvarsi sembra l’unica cosa proibita.

 

(Ragioni dell’Occidente, 5/3/2009)

 

 

 

 

 

 

 

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