La cultura del bersaglio: le polemiche su Mourinho sono lo specchio del nostro paese

In questi giorni sta tenendo banco la querelle Mourinho legata al dopo Inter-Roma. Per chi volesse un attimo gettare lo sguardo oltre l’evento sportivo, questa vicenda mostra davvero il peggio della nostra cultura nazionale. Ad antichi vizi mai scomparsi si sono sommati i difetti e le cattive abitudini assunti dalla nostra società negli ultimi 40 anni. Certo, quando c’è il calcio di mezzo, quel quid di irrazionalità e di follia in più non manca mai, però qua siamo in pieno sonno della ragione.

Al di là dell’antipatia del signor Mourinho, è davvero triste vedere cosa è stato fatto del calcio da presidenti e, diciamola tutta, da televisioni e giornali. Già dopo il famoso Juve-Inter del ’98 si intensificò la tendenza a “moviolizzare” il calcio oltre il lecito. Dopo calciopoli siamo ai tribunali del popolo, con i giornalisti in studio nella parte delle tricoteuses che decretano vincitori e vinti secondo la legge della moviola popolare. Specie nel posticipo, infatti, i vincitori vengono regolarmente fatti sfilare davanti alle immagini degli episodi contestati per essere giudicati e se, puta caso, la vittoria della propria squadra è stata macchiata da un errore arbitrale, ecco che scatta il classico: “Cosa ne pensa?”. Che è come dire: “Hai vinto grazie a un arbitro ancora più ladro di te, vuoi che ti bendiamo prima dell’esecuzione?”. Naturalmente, dopo sfila l’allenatore cornuto e mazziato, che inizia con il più classico “Non ne possiamo più; non si può andare avanti così”, e guai se non approfitta dell’occasione per invocare complotti i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. L’unica cosa che è cambiata è che Inter e Juve si sono scambiati il ruolo sul banco degli imputati: un po’ per uno non fa male a nessuno.

Per quanto folle e ed eccessivo, tutto questo rispecchia la mentalità italica assai più di quanto si pensi. Il ruolo di giudici supremi di cui si sono auto-investiti i moviolisti rispecchia in toto la nostra tendenza a debordare nei ruoli. Quei 22 hanno giocato la partita? Va bene, ma la giustizia del risultato la decidiamo noi sacerdoti della moviola. Molto spesso noi italiani tendiamo a voler giocare partite altrui, con gli unici effetti di ostacolare chi a un determinato compito è preposto e di fare male il lavoro che ci compete. Ormai, vedere le trasmissioni sportive toglie il fiato. Il modello dell’opinionista tifoso è ormai degenerato e dal clima dello scherzo e dello sfottò si è passati a un autentico clima d’odio. Certo, se il calcio fosse l’unica fonte di litigio sarebbe anche terapeutico,

invece la sua rissosità verbale rispecchia la litigiosità di noi italiani. La nostra tendenza a mettere becco su tutto è divenuta ridondante, e la chiacchiera che ne esce, lungi da alimentare pensieri e soluzioni costruttive, deborda sistematicamente in litigio e rissa verbale. Quando incontriamo un amico di tendenze politiche diverse da noi, ad esempio, l’argomento politico viene evitato altrimenti finisce a insulti.

E se è vero che la litigiosità e lo spirito di fazione che in qualche modo la alimenta hanno sempre fatto parte della nostra tradizione, è altrettanto vero che su questa benzina si è buttato il cerino acceso di un permissivismo educativo che da 40 anni, giorno dopo giorno, ha incentivato in noi comportamenti sempre più istintivi e animaleschi. Se si viene contraddetti scatta l’insulto, se si viene lasciati scattano le botte e qualche volta l’omicidio, mentre quando si chiede un favore, in realtà lo si pretende, e un rifiuto, pur motivato, può segnare la fine di un’amicizia e a volte pure qualcosa di peggio. Inoltre, l’Italia è il primo paese europeo per violenza domestica, segno che non sappiamo minimamente appianare le divergenze. Del resto, cosa pretendere quando non solo i ragazzi, ma persino i genitori arrivano ad aggredire un professore che ha magari il solo torto di affibbiare un’insufficienza a un alunno impreparato o, che so, di riprendere un bullo “nell’esercizio delle sue funzioni”.

Senza disciplina e rigore morale viene a mancare la capacità di costruire qualsiasi cosa e l’unico scopo dell’esistenza diventano il bersaglio da colpire e il nemico da abbattere. Che sia il politico dello schieramento avverso, che sia la squadra avversaria, l’importare è trovare qualcuno con cui prendersela. Per questo, ogni trasmissione che non sia basata sulla rissa non incontra il favore del pubblico e quelle sportive non fanno eccezione. Ma se la vittima designata è quel Mourinho fino ad oggi idolatrato da tutta la stampa, ecco che il giochino rischia di saltare. Come rischia di saltare un paese che, come il teatrino del calcio, sembra solo capace di parlarsi addosso alimentando un mare di chiacchiere litigioso e inconcludente che sommerge ogni problema e con esso l’Italia intera.

 

(La Voce di Romagna, 5/3/2009)

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