La crociata sbagliata contro i paradisi fiscali

Tra i tanti segnali che lasciano presagire che la tempesta si acuirà c’è sicuramente quello riguardante la guerra ai paradisi fiscali. I toni da crociata usati nell’ultima riunione dell’Ocse a Parigi degli statolatri di ogni partito la dicono tutta sulla fame da lupi che contraddistingue le burocrazie di tutto io mondo. Naturalmente, quelle europee, comunitarie o statali che siano, sembrano avere gli appetiti più famelici. Del resto, si sa, è tutta questione di dimensioni, specie in democrazia.

Insomma, non sapendo più dove raccattare soldi, a causa degli immani debiti, pubblici e privati, i governi illudono le persone dicendo loro che è colpa dei paradisi fiscali e dei loro segreti bancari se operai e impiegati faticano ad arrivare a fine mese o se hanno la rata del mutuo che incombe su di loro come una spada di Damocle. Ma con quale faccia i governanti europei si permettono di accusare i paradisi fiscali? Con i debiti che hanno caricato sulle generazioni future non si dovrebbe vedere un povero neanche in cartolina. Purtroppo, si vedono per le strade. E grazie al Welfare State, per il cui mantenimento sono state indebitate intere generazioni future, all’impossibilità di generare ricchezza si sono aggiunte l’invidia dovuta allo sviluppo di idee egualitariste e quell’indolenza che ha portato gli occidentali a invocare lo Stato per tutto come bambini viziati, che più ottengono e più si lamentano.

E se questo è valso soprattutto per l’Europa continentale, che dire dei paesi anglosassoni, che attraverso politiche monetarie allegre e politiche bancarie criminogene hanno trasformato i propri cittadini in poveri baluba con carta di credito al collo perché coi loro consumi sostenessero economie drogate con banche al collasso a causa di un’espansione creditizia incontrollata? Eppure, nel 1776, Thomas Jefferson mise in guardia gli americani dicendo loro che: “Prima con l’inflazione e poi con la deflazione, le banche e le grandi imprese che ne cresceranno attorno, priveranno la gente delle loro proprietà finché i loro figli si sveglieranno senza tetto nel continente conquistato dai loro padri”. Stati Uniti e Gran Bretagna non stanno affondando nei debiti (privati) a causa dei paradisi fiscali, ma degli errori e della disonestà delle loro élites finanziarie e di quelle politiche che hanno loro retto il moccolo.

Del resto, il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria, già nell’ottobre scorso se ne uscì dicendo che: “Nel momento in cui i governi stanno cercando di forgiare un sistema finanziario mondiale più stabile, la lotta ai paradisi fiscali è uno dei temi che vanno affrontati con urgenza”. A parte che fino al 1914 un sistema finanziario mondiale sufficientemente stabile esisteva già e si chiamava gold-standard. E con l’aggiunta della riserva di cassa al 100% la sua stabilità sarebbe stata a prova di bomba. In ogni modo, avendo già rapinato tutto il rapinabile in casa propria, ora i governanti occidentali vanno alla ricerca di quei 5000-7000 miliardi di dollari di capitali esteri al sicuro nei paradisi fiscali, alla stregua di un tossicodipendente alla ricerca disperata di una dose. Naturalmente, ci fanno credere che chi porta i daneé nei paradisi fiscali non può essere che un ladro o un mafioso. O peggio ancora, uno che ha osato risparmiare qualcosina nella sua vita invece di indebitarsi per far girare l’economia comprandosi otto macchine, cinque barche e 66 televisori al plasma, e magari ha pure la pretesa di non voler vedersi rapinato dalle tasse quanto faticosamente messo da parte. E sì, questi sono proprio i peggiori, vero?

Eppure il risparmio è stato il motore da cui è nata, proprio in Inghilterra, la rivoluzione industriale, e con essa quei principi del capitalismo moderno che gli esponenti dell’Ocse riunitisi a Parigi in questo fine settimana dicono di voler difendere. Infatti, lo storico dell’economia Hans Slicher Van Bath, nella sua Storia agraria dell’Europa Occidentale ci ricorda che: “Gli strati superiori della popolazione inglese erano propensi al risparmio e nel loro atteggiamento puritano sulla vita rivelarono persino una certa avversione al lusso eccessivo”. Poi arrivò Lord Keynes a dire che il motore dell’economia sono il consumo e il deficit pubblico, e non il risparmio. Come se il libero mercato fosse il paese dei balocchi. Peccato, però, che al paese dei balocchi segua Mangiafuoco e per sanare il deficit pubblico si aumentano le tasse, mentre le rate dei consumi a credito vanno pagate. Inoltre, lo Stato, a differenza di Mangiafuoco, non fa distinzioni tra virtuosi e prodighi e prende su da dove trova, trasformando in somaro sia chi ha scialacquato, sia chi ha risparmiato. E se quest’ultimo alle orecchie da asino preferisce i paradisi fiscali, almeno non diamogli del ladro.

 

(La Voce di Romagna, 24/2/2009)

 

        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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