Crisi Pd: eppure una via d’uscita ci sarebbe

La leadership della sinistra sembra davvero la panchina dell’Inter nell’era Moggi. Appena uno la occupa, ha la faccia entusiasta di chi arriva al capezzale di un grande ammalato senza aver niente da perdere, ma dopo un anno di logorio, la faccia è di chi non ne può più e vorrebbe fuggire da un ambiente che ti stritola, nel quale proprio i compagni d’avventura sono i tuoi più acerrimi nemici. Del resto, si sa, son compagni.

La crisi è profonda, addirittura epocale. A questo punto, l’impressione è che solo la dabbenaggine del centrodestra, che è davvero tanta, possa rimettere in gioco ciò che resta del Pd. In molti vedono nell’alleanza con Di Pietro la causa principale della crisi, ma a guardar bene, quell’alleanza era imprescindibile. Rompere con Di Pietro sarebbe come rompere con quel partito dei giudici al quale la sinistra deve la propria sopravvivenza al ciclone mani pulite e, con essa, la propria legittimazione presso il proprio elettorato in qualità di partito con il “monopolio dell’onestà”. La rottura con la sinistra estrema era anch’essa un atto dovuto in seguito alle liti intercorse nell’esperienza di governo durante la legislatura 2006-2008, e lo stesso dicasi per l’accantonamento di quel Romano Prodi che qualcuno inizia a rimpiangere, forse immemore dell’impopolarità e dei tanti errori del suo ultimo governo.

Giustamente, Angelo Panebianco, nel suo editoriale del 18 febbraio, ha rimarcato come il Pd abbia dato largamente l’impressione di essere un partito sempre all’inseguimento di istanze provenienti dall’esterno: i sindacati su scuola e università, il partito dei giudici sulla giustizia e l’umore dei giornali fiancheggiatori su quasi tutto. Insomma, mollando la sinistra estrema e non volendosi (e potendosi) più richiamare al comunismo il Pd ha stabilito cosa non vuole più essere, ma non cosa vuole diventare, operazione questa assai più complicata. D’altronde, chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova. Qui sta il problema del Pd. Purtroppo, però, lasciare la strada vecchia non è semplice per gli ex-comunisti. Non è solo una questione di leadership. I propositi con cui Veltroni aveva fatto nascere il Pd erano senz’altro encomiabili, ma la sconfitta e il ritorno di Berlusconi hanno reso tutto vano. Un elettorato per decenni forgiato nell’odio per l’avversario politico concepisce solo un’opposizione totale. Berlusconi non lo si vuole all’opposizione, lo si vuole in galera, come Craxi, Andreotti o persino De Gasperi, come ci ha ricordato Paolo Armaroli sul Tempo del 3 febbraio.

Solo che Berlusconi, a differenza dei democristiani, si è creato una fetta di elettorato che lo segue e gli è affezionato. Insomma, un suo popolo. Per cui, Veltroni, e come lui tutto il Pd, si trovano nella spiacevole situazione in cui se insultano Berlusconi non porteranno mai via un voto al centrodestra e se non lo insultano perderanno voti a vantaggio di Di Pietro. Calunniate! Calunniate! Qualcosa resterà, diceva Marx. Sì, un mare di guai, per la sinistra, che vede complicarsi l’accesso al potere, e per il paese intero, che trova in un’opposizione che usa toni da guerra civile, un ostacolo alla realizzazione di ogni riforma. Certo, è vero che Berlusconi rappresenta un’anomalia nell’assetto democratico italiano, ma non è lui ad aver reso quella italiana una democrazia poco funzionante. Per troppo tempo il Pci ha sacrificato la possibilità di governare all’adesione più o meno cieca a un’ideologia di morte. Le contrapposizioni così create tra l’elettorato nel corso dei decenni hanno finito per rendere la nostra democrazia rigida e nella quale la vittoria di una parte rappresenta automaticamente un dramma per l’altra.

Se il Pd si spaccasse sarebbe un fatto molto negativo per la nostra democrazia, che già non se la passa troppo bene. Il quasi bipartitismo raggiunto verrebbe meno e con esso la stabilità, già precaria, dell’assetto politico. Eppure, spazio per un’opposizione efficace per il Pd ci sarebbe. Si fa il nome di Pierluigi Bersani, che quanto a leadership non sarà granché, ma almeno è stato il protagonista dell’unico momento di popolarità dell’ultimo governo Prodi, grazie al suo pacchetto, pur striminzito, di liberalizzazioni. Provvedimento che gran parte del paese apprezzò. Ebbene, proprio incalzando l’attuale maggioranza sul tema delle liberalizzazioni e della concorrenza il Pd potrebbe rimettersi in gioco facendo, tra l’atro, il bene del paese. Parte della Confindustria sarebbe disposta ad appoggiare tali politiche. Il problema resta la Cgil, ma qui una scelta si impone. E coerenza vorrebbe che, una volta che si è scelto di fare a meno della sinistra antagonista, si optasse fino in fondo per una politica di autentica modernizzazione del paese. Se dal lato delle liberalizzazioni il centrodestra non ci sente, non sta scritto in cielo che il vessillo della rivoluzione liberale lo debba sempre issare, a sproposito, Berlusconi. Perciò, ora che l’inconsistenza di Veltroni è alle spalle gli spazi di manovra ci sono e, da qui al 2013, anche il tempo per fare le cose senza fretta e precipitazione. Purtroppo, però, l’attuale gruppo dirigente del Pd è figlio di una tradizione, quella socialista sessantottina, endemicamente litigiosa, soprattutto tra consimili. E gli aspiranti alla rissa davvero non mancano.

 

(La Voce di Romagna, 20/2/2009)

Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: