Per salvare il sud bisogna bloccare la spesa pubblica

In questi giorni è uscito un pamphlet di poco più di 200 pagine, dal titolo “Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno”, scritto a 4 mani da Carlo Lottieri e Piercamillo Falasca ed edito da Rubbettino. A differenza di quanto avviene nell’attuale dibattito politico, questo libro ha un carattere meramente propositivo e forse, proprio per questo, le raccomandazioni ivi elencate difficilmente verranno prese in considerazione.

Naturalmente, non occorre ricordare come il Mezzogiorno costituisca il problema dei problemi del nostro paese. Ebbene, ciò che salta agli occhi è che subito dopo l’unità d’Italia, nel 1861, fatto 100 il reddito medio del cittadino del nord, il reddito medio del cittadino del sud era 80. Oggi, sempre fatto 100 il reddito medio del cittadino del nord, il reddito medio del cittadino meridionale è 55! Insomma, oltre un secolo di statalismo progressivo, lungi dall’attenuare le diseguaglianze, le ha fortemente acuite. Statalismo che ha acuito anche un altro fenomeno tristemente famoso, ossia quello della criminalità organizzata. Diversamente da quanto dice Roberto Saviano in Gomorra, il fatto che mafiosi e camorristi vogliano “fare i soldi esattamente come gli imprenditori di Amburgo o di Leeds” non autorizza a introdurre l’equazione tra criminalità organizzata e capitalismo. Anzi, è vero il contrario, se si pensa che la Ndrangheta è nata nel 1967 grazie ai finanziamenti pubblici della Comunità Europea per la produzione dell’olio. E come non ricordare, negli Stati Uniti degli anni Trenta, la vertiginosa ascesa di Cosa Nostra grazie ai copiosi appalti pubblici dovuti al New Deal roosveltiano? Del resto, sono proprio gli appalti pubblici a costituire il brodo di coltura in cui nuota la criminalità organizzata.

Purtroppo, oggi il sud sembra aver perduto la speranza nel cambiamento. A un presente tragico si accompagna una visione del futuro intrisa di pessimismo e rassegnazione. D’altronde è comprensibile questo, se si pensa che molte zone dell’Europa dell’est sono cresciute e stanno crescendo in maniera impetuosa grazie a politiche economiche liberoscambiste. Come tutti i paesi più poveri, hanno iniziato sfruttando le classiche armi dei paesi poveri, ossia le rimesse degli emigranti e il basso costo del lavoro per attrarre investimenti esteri. Purtroppo, una politica sindacale miope e ideologica che ha bollato come discriminatorie le gabbie salariali impedisce al nostro Mezzogiorno di sfruttare il basso costo del lavoro, così gli imprenditori del nord bypassano il Mezzogiorno per trasferire le loro produzioni direttamente in Romania e in altri paesi dell’est europeo. Certo, qualcuno obietterà: “Ma come? Se il reddito medio di un lavoratore meridionale è il 55% di un lavoratore del nord, perché abbassarlo ancora?”. Prima di tutto, dato che il costo della vita nel meridione è molto più basso che al  nord, conservare gli stessi salari nominali in entrambe le aree significa automaticamente avere  salari reali più alti nel Mezzogiorno, che è la parte più svantaggiata. Così, se dobbiamo dare 100 sia al lavoratore del nord sia a quello del sud, avremo che, su 10 persone, per quella cifra avremo 9 o 10 persone occupate al nord e 5 al sud. Cinque persone che prendono 100 e cinque persone che prendono zero, in media fanno 50. Infatti, non è un caso che mentre la disoccupazione giovanile in Lombardia è del 7%, in Calabria è del 39%. Magari, se si riducesse il salario nominale a 75 nelle regioni del Mezzogiorno, la disoccupazione diminuirebbe e con essa il divario tra salari del nord e salari del sud. Insomma, più contrattazione decentrata, ma la CGIL non vuole saperne.

Ma oltre alla contrattazione decentrata, la proposta di Lottieri e Falasca, è quella di bloccare la spesa pubblica che da decenni alimenta il ceto politico meridionale e la criminalità organizzata senza creare sviluppo e fare del Mezzogiorno, per un decennio, una no tax area per le imprese. La cosa si potrebbe fare, ma il ceto politico se ne guarda bene, perché tagliare la spesa significherebbe togliere il potere a lor signori. Inoltre, la proposta cozzerebbe contro il conservatorismo mentale delle nostre élites politiche e culturali, tra le quali primeggiano i sostenitori della spesa pubblica quale motore dello sviluppo, ai quali sarebbe interessante far notare il modo in cui ogni regione contribuisce al finanziamento della spesa pubblica statale. Per un euro di spesa pubblica la Lombardia contribuisce per 2,45 euro (- 1,45 euro di spesa), mentre la Calabria contribuisce per 0,27 euro (+ 0,73 euro di spesa). Con quali risultati in termini di ricchezza è sotto gli occhi di tutti.

Riguardo alla miopia della nostra classe politica, basti pensare che la riforma del federalismo fiscale avrebbe lo scopo di aumentare l’efficienza dello Stato sul versante della spesa pubblica. Allora qualcuno mi dovrebbe spiegare perché servono ulteriori risorse per implementare il federalismo fiscale. Inoltre, l’ostruzione della Lega all’abolizione delle province è indicativa. La Lega è sì un partito localistico, ma la sua fame di poltrone non è diversa da quella degli altri partiti “nazionali”, i quali la saziano su tutto il territorio. Essendo l’influenza della Lega circoscritta al nord, ecco che l’unico modo per placare la fame di posti consiste nel moltiplicare le poltrone a livello locale ripartendole tra più enti possibili, province incluse. E se questo è il partito che issa la bandiera del federalismo fiscale…

 

(La Voce di Romagna, 15/2/2009)

 

 

 

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