Welfare: necessaria una riforma senza aspettare

Due notizie. Una buona: giovedì 29 gennaio, a Davos, Tremonti ha detto che occorre riformare pensioni e welfare. Una cattiva: già dal 31 gennaio sull’argomento è calato un silenzio di tomba. Eppure, il fatto che finalmente il governo, per di più nella persona del Ministro dell’Economia, abbia preso atto di tale esigenza, sarebbe un fatto di enorme importanza, a patto che alla cosa venga dato seguito nelle prossime settimane. Conoscendo le liturgie della politica italiana, temo che il tutto verrà rimandato al dopo-elezioni europee.

Detto questo, però, l’esigenza di una riforma del nostro welfare è davvero pressante. Pensioni e mercato del lavoro necessitano di cambiamenti coordinati che incidano su entrambi in maniera coerente. Il problema di fondo del nostro welfare è che è concepito per una società statica. Infatti, la spesa sociale italiana è composta per il 61,8% da prestazioni pensionistiche contro il 45,5% della media europea; in compenso, però, la spesa per sussidi di disoccupazione è dell’1,8%, a fronte del 6,6% della media europea. E questo perché la nostra classe politica e il nostro sindacato hanno pensato bene di risolvere ogni problema imponendo la regola del posto fisso garantito a vita per i lavoratori. L’insipienza politica dei democristiani e l’estremismo demagogico di Pci e sindacati hanno finito per creare un sistema di regole utopistico improntato al più assurdo immobilismo, nel quale il lavoratore sarebbe dovuto rimanere attaccato al proprio posto di lavoro per tutta la vita come una cozza al proprio soglio, così da eliminare o quasi il bisogno di impiegare risorse per finanziare i sussidi disoccupazione, salvo largheggiare nelle spese previdenziali mandando in pensione le persone a 50 anni e in certi casi anche a 40 o 30. Insomma, perché preoccuparsi degli inconvenienti come la disoccupazione, quando si possono prevenire? Questa è stata la logica su cui si è formato il nostro welfare, nel quale è tutelato solo chi è già garantito, come il lavoratore a tempo determinato e il pensionato.  

Il mondo, però, non sta fermo. La vita stessa è movimento. Perciò, garantire tutti allo stesso tempo non è possibile. Quel che occorre è un sistema di welfare adatto a un contesto dinamico attraversato dal cambiamento, che aiuti le persone nel momento in cui le difficoltà le colpiscono. Occorre perciò incentivare chi produce ricchezza (magari anche attraverso lo strumento fiscale) e colpire gli sprechi, accelerando prima di tutto la riforma delle pensioni, portando l’età pensionabile da 57 a 65 anni per uomini e donne nel arco di non più di 4 anni. E poi, con i risparmi nella previdenza, occorre finanziare un adeguato sistema di sussidi di disoccupazione e di ammortizzatori sociali, coerente con un mercato sempre più flessibile. Infine, bisogna finirla con la cultura del tempo indeterminato. Il posto di lavoro si può perdere per mille motivi. Se l’azienda per cui si lavora chiude, il tempo indeterminato diventa un diritto del tutto virtuale, mentre la realtà di chi perde il posto è un mercato del lavoro rigido nel quale ricollocarsi è sempre difficile.

Purtroppo, queste inefficienze si stanno facendo sentire proprio in questo periodo di crisi. Il fatto che il nostro welfare destini poche risorse per i disoccupati fa sì che il nostro bilancio pubblico, già in sofferenza, debba reperire ulteriori risorse per questa emergenza. Gli Stati che già prevedono in tempi ordinari risorse per i sussidi di disoccupazione non devono sforzarsi più di tanto per trovarne altre in periodi di crisi nei quali i disoccupati tendono ad aumentare.

Inoltre, il welfare, così come è ora strutturato in Italia, disincentiva qualsiasi aumento di produttività e questo spiega perché, negli ultimi 15 anni, l’economia italiana sia il fanalino di coda nell’ambito dei paesi sviluppati. Le recessioni mettono a nudo le difficoltà di ogni economia e, di solito, hanno la funzione di incentivare l’adozione di quei provvedimenti impopolari, ma di importanza cruciale, per la vita del paese. Questo avviene di solito, ma per che ciò avvenga occorrerebbe un largo consenso e l’appoggio di un’opposizione, oggi ridotta a uno stato larvale nella sua componente più moderata. Purtroppo dopo aver educato i propri elettori all’odio ideologico verso l’altra metà del paese, gli eredi del Pci scoprono quanto è dura, oggi, assumere atteggiamenti responsabili e questo è tanto più grave per il paese, se si pensa che anche nella maggioranza la coesione non è granitica. Almeno da quelle parti, dove il virus comunista non ha attecchito, sarebbe il caso di mettere la testa a posto. Prima che su quella testa crolli l’intero paese.

 

(La Voce di Romagna, 8/2/2009)  

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