Ma il protezionismo acuisce il problema

Quanto accaduto a Grimsby, in Gran Bretagna, agli operai dell’impresa siracusana IREM è emblematico di come, nei momenti di crisi, la diminuzione della torta finisca per sfociare in drammatici conflitti tra poveri. Altresì emblematiche sono le reazioni di politicanti di dubbia cultura economica come il leghista Roberto Cota, che in un’intervista di ieri sulla Stampa ha sciorinato tutto il repertorio della peggior demagogia protezionista. Per fortuna, lo stesso Gordon Brown ha bollato come indifendibili quegli scioperi.

Tornando a quanto detto da Cota sulla Stampa, mi sento di condividere sia le sue preoccupazioni in merito ai flussi migratori, sia la sua proposta di ridurli, specie in momenti come questi in cui stanno aumentando disoccupazione e cassa integrazione. Trovo inoltre tutt’altro che peregrina la possibilità di prendere in considerazione la sospensione degli accordi di Shengen. L’Olanda l’ha già fatto e in altri paesi se ne discute. Dissento invece da Cota quando sostiene che quanto sta accadendo a Grimsby è il conto presentato da una globalizzazione selvaggia e senza regole. Tanto per cominciare, intrattenere rapporti commerciali di qualsiasi tipo senza regole è impossibile. Tutt’al più, alcune regole potranno rivelarsi sbagliate, allora si cerca di individuarle per poi modificarle, sostituendole o abolendole tout court. Ebbene, se si va a guardare proprio il settore finanziario, ossia quello da cui partono tutte le crisi, scopriamo che di regole ce ne sono un’infinità. Regole su regole che hanno il solo effetto di creare confusione. Semmai il problema è che il legislatore deputato a fissarle, specie in questi anni, è stato condizionato da interessi di lobby finanziarie, come dimostra il fatto che, negli ultimi decenni, sia con presidenti democratici che con presidenti repubblicani, i ministri del tesoro americani erano tutti ex-manager di banche d’affari.

Altra perla Regalataci da Cota è quella secondo cui “Questi sono gli effetti della direttiva Bolkenstein sulla liberalizzazione delle prestazioni dei servizi. Siamo di fronte alla solita storia dell’idraulico polacco”. A parte il fatto che il caso in questione non riguarda il mercato della prestazione di servizi, occorre puntualizzare che i lavoratori in questione sono operai specializzati, il cui requisito della competenza è particolarmente importante in un lavoro nel quale efficienza e conoscenza tecnica specifica devono avere la precedenza. Cota e tutti coloro che ragionano di economia con il cuore in mano devono comprendere che se le imprese non agiscono secondo la logica dell’efficienza, il loro destino è la chiusura, perché se oggi il lavoro viene appaltato a operai del luogo, ma meno capaci ed efficienti, domani l’impresa andrà peggio e magari chiuderà, così non ci sarà lavoro né per operai italiani, né per operai inglesi. E poi, per quanto riguarda l’idraulico polacco, ricordiamoci che siamo tutti consumatori, anche quando gli idraulici italiani ci presentano il conto.

Sempre Cota, nutrendo timori che ciò possa accadere anche in Veneto, ci dice che “oggi più che mai che siamo in tempi di recessione, il mercato del lavoro dovrebbe essere regolamentato da un principio: domanda e offerta di lavoro devono essere regolamentati sul territorio”. Bene, qua c’è da intendersi: se ci si riferisce all’idea di favorire la contrattazione decentrata, allora siamo d’accordo, ma se la logica è quella del “garantire il lavoro ai nostri”, allora non ci siamo. Tanto per cominciare, noi italiani non facciamo certo la fila per entrare in fabbrica, poi un’impresa che si trova a operare in mercati esteri (e in Veneto ce ne sono tante!) si trova a concorrere laddove il sindacato non arriva, per cui i casi sono due: o si punta sulla qualità pagando molto gli operai, e allora non ci sono problemi neanche in tempi di recessione, perché chi punta sulla qualità serve i segmenti di mercato meno toccati dagli effetti della crisi, o, in caso contrario, si punta sull’efficienza abbattendo i costi della manodopera a più basso valore aggiunto, o delocalizzando o facendo ricorso a manodopera immigrata che si accontenta di salari più bassi. Per migliorare le condizioni dei lavoratori italiani, occorre alzarne la produttività. Cosa che le imprese private italiane, specie quelle piccole, riescono a fare. Non così, invece la politica, che nel corso degli ultimi decenni non ha fatto altro che imporre tasse più alte e maggiori ostacoli burocratici, oltre a mandare in rovina i nostri sistemi scolastico e universitario. Per tacere dei corsi di formazione finanziati dall’Unione Europea, sui quali si è rubato tutto quello che c’era da rubare e forse anche di più.

Infine, Cota ha tirato fuori la squallida litania degli interessi nazionali, che sono poi sempre quelli di una parte di un paese a scapito di un’altra. Del resto, non erano interessi nazionali quelli delle banche d’affari americane? Insomma, per migliorare le condizioni dei lavoratori occorre far funzionare scuola e mercato del lavoro, magari battagliando con sindacati vetusti e politicizzati come la Cgil. Il protezionismo, anche nel mercato del lavoro, fa solo danni anche nei momenti di crisi, poiché fa incancrenire i problemi stimolando le inefficienze. Del resto, se i problemi di oggi sono il frutto dell’interventismo politico di ieri, l’interventismo politico di oggi cosa ci potrà riservare se non le lacrime di domani?

 

(La Voce di Romagna, 3/2/2009)

 

 

 

       

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