Crisi e religione: rileggiamo il liberale San Francesco

Nella sua polemica con la comunità degli economisti, Giulio Tremonti le ha rivolto un suggerimento: “Per risolvere la crisi, leggete la Bibbia”. In particolare il Levitico. Di sicuro, gli strali del Ministro dell’Economia italiano verso il mainstream del pensiero economico sono del tutto condivisibili. Chi ha fondato i presupposti della rinascita dell’economia di mercato su modelli econometrici in grado di garantire una crescita sostenuta pur in assenza di risparmio, non solo è stato un pessimo economista, ma ha tradito i principi stessi del libero scambio e della crescita economica che si volevano favorire.

Certo, molti economisti dovrebbero rivedere certi testi aprendosi ad altre discipline. Purtroppo, non sono molto aiutati in questo da una regola vigente a livello accademico, che impone, nei lavori di ricerca, di limitare le citazioni di lavori altrui a paper e articoli scritti negli ultimi tre anni. Quindi, citare chi ha scritto prima è sconsigliabile. E allora, perché leggersi la Bibbia? In ogni modo, ancor più che la Bibbia sarebbe consigliabile la lettura del pensiero di San Francesco e i suoi seguaci che nel tempo hanno dato vita a una tradizione di pensiero economico enormemente avanzata e acuta, che, diversamente da quanto ci propina l’attuale vulgata catto-comunista, vedeva nel ruolo del mercante imprenditore elementi di santità, predicando, non solo l’esigenza del lavoro e di una crescita economica equilibrata, ma anche la non interferenza governativa nella determinazione dei prezzi sul mercato.

In particolare, in quest’ultimo aspetto, anticipando autori moderni come Friedrich von Hayek, i francescani sostenevano che solo chi, come gli imprenditori, aveva conoscenze pratiche relative a circostanze di luogo e di tempo nei vari mercati, inclusi quelli più lontani, era in grado di stabilire un prezzo che, seppur in maniera imperfetta, mettesse d’accordo acquirenti (domanda) e venditori (offerta). Non così valeva (e vale) per i governi, che, pur avendo il potere di fissare arbitrariamente e coercitivamente i prezzi con provvedimenti d’autorità, non saranno mai in grado di farlo adeguatamente, non disponendo di quelle conoscenze pratiche dei mercati necessarie per prendere decisioni equilibrate. Oltre a quello francescano, sarebbe consigliabile che Tremonti sfogliasse quanto sviluppato dal filone degli economisti della Scuola Austriaca (Menger, Böhm-Bawerk, Mises e Hayek) dal 1871 a oggi. Contrariamente al pensiero economico dominante, l’adesione coerente al libero scambio di questi autori muove da una tradizione di pensiero che diffida dell’abuso dei modelli matematici in economia. Il fondatore Carl Menger, ad esempio, è assai critico verso Adam Smith, padre dell’economia moderna. Ludwig von Mises, economista di origini ebraiche, fu un attento studioso di problemi monetari, con la sua Teoria della moneta del 1912, e già negli anni Venti previde il crollo di Wall Street del ‘29, nonostante in quel decennio l’economia avesse ritmi di crescita notevoli.

Nel suo ultimo libro La paura e la speranza, Tremonti invita a riscoprire quanto di buono i principi del cattolicesimo possono offrire al pensiero economico. Purtroppo, però, non spiega bene il perché. Ebbene, condivido l’invito. La Chiesa Cattolica si è avvicinata a concezioni economiche più liberoscambiste con l’enciclica Centesimus Annus in cui si dice che: “I meccanismi di mercato offrono sicuri vantaggi: aiutano, tra l’altro, a utilizzare meglio le risorse; favoriscono lo scambio dei prodotti e, soprattutto, pongono al centro la volontà e le preferenze della persona che nel contratto si incontrano con quelle di un’altra persona”. Quel che il pensiero economico cattolico critica è la concezione meccanica e atomistica dell’economia (figlia dell’influenza anticomunitaria del protestantesimo), che vede l’uomo come un atomo che pensa e agisce cercando di massimizzare la propria utilità prescindendo dalle persone che gli stanno attorno. Pensare a chi ti sta attorno non è solo un gesto di carità, ma è anche economicamente lungimirante, perché vivere accanto a persone sofferenti e in miseria non è mai piacevole, per quanto ci si possa fare l’abitudine.

Questo, però, non significa sostenere, come fa Tremonti, che di fronte alla crisi globale in Italia basti cambiare “Molto poco; anzi, meglio sarebbe cambiare quasi nulla”. La mancanza di concorrenza e l’eccessiva presenza dello Stato tanto care a Tremonti non sono più tollerabili. Da troppo tempo bloccano quella crescita economica che proprio la cattolicissima tradizione francescana auspica come necessaria allo sviluppo della comunità. Insomma, se dobbiamo attingere al cattolicesimo, facciamolo fino in fondo. E bene.

 

(La Voce di Romagna, 29/1/2009)

Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: