Export e qualità della produzione: ecco i veri segreti

Sono passati quasi 4 mesi da quando il Presidente Gianni Celli e il direttore Franco Fregni mi hanno chiesto di curare una striscia quotidiana dedicata a realtà imprenditoriali che, nonostante la crisi, continuano a svolgere la propria attività remando contro le difficoltà della contrazione del credito e della domanda, interna ed estera.

In molti casi ho scovato imprese che lavorano duro e bene, lontano dai riflettori e dalle polemiche da gossip che hanno talvolta coinvolto grandi imprese ed establishment finanziario e bancario.  Certo, viene sin troppo facile indugiare sullo scarso consenso di cui godono queste autentiche galline dalle uova d’oro della nostra economia. Del resto, la cultura economica dell’italiano medio è alquanto bassa, ma ciò che deve far preoccupare maggiormente è la scarsa cultura delle nostre élites politiche e culturali. Infatti, è a causa di quest’ultima e di un sindacalismo ideologizzato e autoreferenziale che questi veri e propri eroi dell’Italia di oggi sono ostacolati in mille modi senza che si comprenda che sono proprio loro i soggetti su cui puntare per rilanciare un paese ormai al palo da troppo tempo. Da questa panoramica di oltre 100 strisce quotidiane ho avuto modo di notare alcuni aspetti che accomunano le imprese di maggior successo, famose o meno che siano.

Il primo è senz’altro la qualità delle rispettive produzioni in tutti i settori, anche quelli più vicini alla realtà di fabbrica e più lontani da quella artigianale, forse più affine alla tradizione italiana. Il secondo è quello della vocazione all’export delle nostre imprese, ed è forse questo l’aspetto sul quale è il caso di soffermarsi. Infatti, se il ristagno della domanda in Italia è presente già da tempo, la crisi ora ha coinvolto anche i mercati di consumo del nostro export. Insomma, anche chi ha conquistato mercati importanti con estro, lungimiranza e spirito imprenditoriale oggi rischia di veder contrarre i propri margini a causa della caduta della domanda che là si sta verificando. Si pensi agli Stati Uniti, dove la crisi finanziaria ha colpito più duramente e dove, in seguito al quasi azzeramento dei tassi, l’unica possibilità di usare la leva monetaria sarà l’immissione di moneta, con conseguente aumento dell’inflazione interna e, soprattutto, depressione del cambio euro-dollaro; il che non potrà che creare problemi alle nostre esportazioni in quell’area. E questo non vale solo per gli Stati Uniti, purtroppo. L’aspetto positivo a riguardo, però, è che grazie alla qualità dei nostri prodotti, il made in Italy è riuscito a conquistare i mercati di fascia alta che non conoscono mai crisi e questo attenuerà un po’ la diminuzione dell’export.

La verità è che le recessioni mettono a nudo i problemi di ogni paese. Molti discorsi che in seguito alla la crisi puntano a descrivere l’Italia come il migliore dei mondi possibili sembrano più che altro improntati al mal comune mezzo gaudio, slogan più adatto agli invidiosi che alle persone di buon senso. Invece di compiacerci dei mali altrui dovremmo capire che se le cose vanno male in altri paesi, le nostre esportazioni ne soffriranno e molte imprese dovranno licenziare. Insomma, questa volta i nostri guai li dovremmo risolvere senza l’aiuto di nessuno. Occorrerebbe risollevare la domanda interna, ma i rimedi keynesiani a base di spesa pubblica finanziata in deficit mal si conciliano con l’enorme debito pubblico italiano. Per capirci, nel caso italiano occorre prima di tutto uno stimolo all’offerta. Le tasse sono troppe e troppo alte e questo riduce lo stimolo ad aumentare la produttività. Ma se è vero che abbassando tuout-court le tasse si mettono a repentaglio i conti pubblici, allora occorre aggredire la spesa pubblica non relativa alle infrastrutture con riforme impopolari quando ineludibili, come la riforma delle pensioni o l’abolizione delle provincie. E oltre a questo occorre introdurre concorrenza nel sistema liberalizzando un po’ tutti i mercati, dal commercio alle professioni, perché la concorrenza tende ad abbassare i prezzi con conseguente beneficio per la domanda. Una concorrenza, tra l’altro, a cui molte imprese italiane sarebbero anche preparate, in quanto già vaccinate dall’esperienza in mercati esteri senz’altro più concorrenziali del nostro. E a questo aggiungasi una riforma del mercato del lavoro che favorisca una contrattazione più decentrata, nonostante i veti irresponsabili della Cgil.

Meno tasse, meno sprechi pubblici e più concorrenza: questa è l’unica strada percorribile. Purtroppo, rimedi rapidi non ce ne sono. L’unica cosa da fare è far sì che l’inevitabile sofferenza non sia vana e realizzare queste riforme che tutti gli economisti, di ogni indirizzo, reclamano da anni. Non che il verbo degli economisti sia Vangelo, ma quando vi è la pressoché totale unanimità sui rimedi da porre ai nostri mali, allora forse sarebbe il caso di applicarli. E se le imprese italiane sono pronte per questa “rivoluzione”, non altrettanto si può dire per una classe politica debole e ignorante, che non è in grado di capire che se non si rimette in moto l’economia con riforme strutturali, pur se impopolari, la pacchia finirà anche per loro. Invece, il dibattito politico scivola via in beghe da cortile, anche se il voto quasi bipartisan sul federalismo fiscale è un buon segnale. Nel frattempo, vorrei rivolgere un grazie, mai troppo grande, a tutte quelle imprese che mi hanno accompagnato nella realizzazione delle mie strisce quotidiane e a tutte quelle che avrò senz’altro dimenticato e che dimenticherò, e grazie alle quali l’Italia continua a essere uno dei paesi più belli al mondo.

 

(La Voce di Romagna, 25/1/2009)

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