Il sorriso del tornitore, la tristezza del burocrate

Negli Stati Uniti hanno l’abitudine di dare un nome agli uragani che a ogni fine estate minacciano le sue coste sud-orientali. Ebbene, in Italia abbiamo il ciclone Brunetta: ogni volta che parla sono tuoni, fulmini e raffiche di vento che scoperchiano edifici e fanno volare via ogni cosa che capita sotto il loro tragitto.

Nella riunione tenutasi a Roccaraso domenica 11, il Ministro della Funzione Pubblica è intervenuto cercando di spronare i dipendenti pubblici. Dalle reazioni di sindacati e Pd ha decisamente colto nel segno. Del resto, essendo lui uno dei pochi elementi del centrodestra che non usa i libri per non far ballare i tavolini, sa come argomentare ciò di cui parla, per cui si può permettere certi affondi senza dover smentire un paio d’ore dopo ciò che ha detto un paio d’ore prima. In particolare, mi ha colpito il passaggio del suo intervento che recita: “Il tornitore alla Ferrari ha il sorriso e la dignità di dire al figlio che cosa fa, l’impiegato al catasto no”. Un po’ cruda come affermazione, forse un tantino esagerata, ma in buona parte vera. Degli statali che conosco, purtroppo, la stragrande maggioranza non fa che confermare l’idea che l’opinione corrente si fa dell’impiegato pubblico. E dico purtroppo, perché dietro alla figura professionale c’è una persona, spesso più in gamba di quanto comunemente si pensi. Ci si sente dire che comunque il posto che si ha, una volta assunti, è sicuro (il che di questi tempi non è poco), ma il sorriso proprio non c’è, anzi, nei più coscienziosi ci sono spesso lamentele perché impegno e dedizione non vengono quasi mai premiati.

Detto questo, però, occorre dire che tutto ciò è in buona parte inevitabile. È inutile nascondersi che con l’alfabetizzazione della società il burocrate ha perso prestigio. In una società di analfabeti, saper leggere e scrivere è una conoscenza importante e il burocrate deve saper fare queste cose, perché la burocrazia è essenzialmente scrittura. Anzi, come sottolinea Karl Wittfogel nel suo Dispotismo Orientale, la burocrazia è più antica della scrittura poiché, nelle società dispotiche dell’antichità, per erigere le opere pubbliche, soprattutto quelle di carattere idraulico (da qui la denominazione di società idraulica per indicare le società dispotiche) in zone desertiche come Egitto e Mesopotamia, occorreva effettuare conteggi per mezzo di simboli che indicassero numeri e quantità. Non a caso, i pionieri dello stato e dell’agricoltura idraulici furono i primi a sviluppare sistemi razionali di conteggio e di scrittura. Del resto, i primi burocrati furono gli scribi, categoria guarda caso potentissima nell’antichità e il cui nome, rispetto all’impiegato di oggi, evoca ben altro prestigio e forse anche una punta di timore. E lo stesso accadeva nelle moderne società dispotiche come la Germania a cavallo fra ‘800 e ‘900. Come rileva lucidamente Ludwig von Mises in Burocrazia: “Dagli scritti degli statalisti tedeschi il funzionario appare come un santo, un monaco che rinuncia a tutti i piaceri mondani e a tutta la felicità personale per servire il luogotenente di Dio, un tempo gli Hohenzhollern e oggi il Fürher. Ogni funzionario, quand’è in servizio, è il mandatario della sovranità e infallibilità dello Stato e la sua testimonianza in tribunale conta più di quella del profano”. Insomma, una volta svuotato di questa retorica il ruolo del burocrate viene a poco a poco svuotato anche del suo prestigio, soprattutto nel momento in cui saper leggere e scrivere diventano capacità alla portata di tutti.

Il vero problema della burocrazia è rappresentato dalla sua indispensabilità di corpo e di casta che trascende gli individui che ne fanno parte. Ai giorni nostri la burocrazia è tanto più indispensabile quanto più è statalista il contesto in cui si vive. Più lo Stato ha potere, più c’è bisogno di burocrazia. Una volta che Lenin prese il potere in Russia, il capo della metropolitana di Mosca appena defenestrato venne svegliato nel cuore della notte e, in preda al terrore, venne portato al cospetto dello stesso Lenin in persona per sentirsi chiedere di tornare a gestire la metropolitana di Mosca, a qualsiasi salario e con tanti saluti all’uguaglianza marxista. E lo stesso valse, un secolo prima, per Federico II, despota feroce, tanto più prigioniero della burocrazia quanto più estendeva il suo potere. Nei paesi democratici del Novecento è stata l’espansione del Welfare State a portare alla burocratizzazione della società, sia in termini di numero, sia come mentalità. Solo che qui l’ideologia che sottende alla burocrazia è più debole e sfumata, mentre gli stipendi seguono più i criteri di mercato e sono perciò più bassi. Al burocrate non è inculcata l’idea messianica di erigere la società perfetta e di costruire il paradiso in terra. No, tutt’al più gli si offrono privilegi legati alla tutela dal rischio, alla sicurezza e alla stabilità. Tutte qualità che mal si conciliano con l’orgoglio di far parte di qualcosa di importante.

La verità è che l’unico modo per combattere il malfunzionamento della burocrazia è diminuirne l’importanza e la dipendenza attraverso la diminuzione del ruolo dello Stato e, di conseguenza, del potere della politica. E fino a che, invece che per questo ci si batte per avere privilegi e protezione dai pubblici poteri, si avrà ben poco diritto di lamentarsi della burocrazia e del suo malfunzionamento.

 

(La Voce di Romagna, 14/1/2009)

 

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