Senza la fiducia la crisi non passa

Fiducia. Questa è la parola magica in voga di questi tempi. Come l’acqua nel deserto, la fiducia nei tempi grami è merce preziosa quanto rara. Come ha giustamente scritto Nicola Porro sul Giornale di mercoledì 31 dicembre: “Occorre ripartire proprio riscoprendo la pietanza fondamentale della nostra convivenza occidentale: la fiducia”. Sì, perché l’economia di mercato, e l’attività imprenditoriale che ne costituisce il perno, si basano entrambe sulla fiducia.

E non solo riguardo al credito, ma anche, più banalmente, alla stipulazione di un contratto. Infatti, secondo l’articolo 1321 del codice civile: “Il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Ossia, un accordo finalizzato a regolare rapporti futuri, e in quanto tale incerti, nei quali ciò che ci potrà accadere è condizionato  in tutto o in parte da un comportamento altrui. E perché questi accordi si stipulino, occorre la fiducia nell’altro e nella sua razionalità futura. Si pensi all’imprenditore, che investe (cioè spende) oggi per poter conseguire un guadagno in un futuro, incerto per definizione. E se non spende in prima persona, ci sarà qualcun altro che lo farà per lui (il capitalista, di solito una banca) anticipando il denaro dovuto. Insomma, senza un minimo di fiducia nel prossimo e nelle cose del mondo l’avversione al rischio sarebbe tale che nessuno oserebbe intraprendere alcun progetto. La fiducia, quindi, è componente essenziale di quello spirito di iniziativa che in alcune persone, chiamate imprenditori, alberga in quantità tali da non essere nemmeno immaginate dall’uomo comune, che proprio per questo verso di esse vomita spesso i suoi strali senza rendersi conto che fiducia e propensione al rischio sono merci rare e perciò preziose. Ma anche al di fuori dell’ambito più strettamente commerciale, si pensi a quell’azione meravigliosa che è mettere al mondo un figlio. Quale gesto richiede più fiducia di questo?

Detto questo, però, occorre sempre tener presente che la fiducia è merce più rara di quanto si pensi e il fatto che non la si paghi in un semplice atto di compravendita non la rende certo un bene gratuito riproducibile a piacere. Purtroppo, perché poggi su basi solide, la fiducia richiede un determinato numero di certezze e tempi lunghi, mentre per perderla non basta che un attimo. Spesso, basta una disavventura per perderla per sempre. Si pensi al tradimento. Una volta commesso, un rapporto è compromesso per sempre e perché tale rapporto si “riaggiusti” (se e quando è possibile riaggiustarlo) occorre tempo. E anche una volta riaggiustato, un certo quid di diffidenza rimane, perché chi ha tradito la nostra fiducia una volta lo può fare una seconda e poi una terza e così via. Gli appelli alla fiducia, quindi, vanno bene, ma a patto che vi sia la consapevolezza che occorre puntellarla sin da quando le cose vanno bene, perché è proprio allora che si allentano i freni del buon senso e si pongono le basi per quei disastri futuri, a causa dei quali la fiducia finisce per crollare. Infatti, è proprio in questi momenti che si comprende che la fiducia è come la libertà: ti accorgi quanto è importante, proprio quando non la senti attorno a te e alle persone che ti circondano.

Oggi stiamo pagando l’eccesso di fiducia riposto, nel recente passato, nelle banche centrali e in strumenti matematici sempre più sofisticati nella gestione dell’economia e della finanza. Le élites politiche e finanziarie hanno pensato che, grazie a tali strumenti, si potesse far soldi rischiando poco, ma così non è stato, perché la cosa è impossibile. L’errore è stato commesso per cifre grosse, perciò il tonfo è stato forte e si sentirà ancora per un po’. L’abuso della fiducia ha portato all’abbandono della prudenza. Gli investitori si sono spesso comportati come chi, vedendo passare un treno, attraversa le rotaie nella (errata) certezza di potersi rialzare dopo esserne stato travolto. Invece, la prudenza è quel timore ragionevole che ci consente di valutare i pericoli ai quali andiamo incontro e di evitarli, per quanto ci è possibile. Il mantenimento dei tassi a livelli artificialmente bassi da parte delle banche centrali e l’eccessiva espansione creditizia delle banche commerciali ha creato un eccesso di fiducia a cui ha fatto seguito un eccesso di investimenti che a condizioni di libero mercato non sarebbero stati intrapresi. Condizioni che, prima o poi, si ripongono, e una volta che ciò accade questo eccesso di investimenti si trasforma in altrettanti fallimenti, con conseguente perdita da parte di molti di quella fiducia faticosamente costruita nel tempo.

Invocare fiducia oggi ha intenti lodevoli, ma perché questa torni occorrono il tempo e la pazienza, necessari perché si creino le condizioni per tornare a investire. Scorciatoie come i tassi a zero serviranno a poco, se non a ricreare le condizioni che hanno appena portato al disastro. E lo stesso vale per gli appelli al consumo. Solo incentivando il risparmio si potranno creare le condizioni affinché la fiducia, una volta tornata, si mantenga a lungo. E perché ciò accada, oltre al tempo, occorrerà che i politici e i banchieri centrali si ritirino il più possibile dalle nostre vite, perché se oggi si ergono a demiurghi, è bene ricordare che è proprio a causa delle distorsioni di mercato da essi create che la fiducia è crollata tra risparmiatori e imprenditori. Insomma, invocare l’aiuto dello Stato è come mettersi nelle mani del proprio carnefice. Non sarebbe ora di finirla? 

 

(La Voce di Romagna, 5/1/2009)    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

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