Luxuria non ha infranto alcun tabù

Dal tram al trans. Questo è l’approdo ultimo di una sinistra che, evidentemente, non sa più a cosa attaccarsi. Chissà, a forza di prendere schiaffoni la prossima tappa potrebbe essere il sado-maso. Da falce e martello a cuoio e frusta, i simboli cambiano. Certo, se a tenerli in mano sono gli elettori, sai che divertimento. In ogni modo, le grida di gioia per Obama e Wladimir Luxuria ricordano un po’ le gioie degli interisti del ventennio buio per le vittorie degli avversari di Milan e Juventus. Per la serie, ognuno si diverte come può. E come sa.

Però, diciamola tutta. Si sapeva fin dall’inizio che la vittoria all’Isola dei famosi sarebbe andata a Luxuria, vuoi per il livello dei concorrenti, vuoi per gli squilli di tromba che già si annunciavano già dal casting. E, soprattutto, non mi si venga a dire che il trionfo del prode ex-onorevole Vladimiro Guadagno rappresenta la rottura di un tabù. Non, questo no. Risparmiatemelo. Sappiamo tutti che il mondo dello spettacolo, almeno nelle sue rappresentazioni e nei suoi stereotipi, è tutt’altro che ostile nei confronti dell’omosessualità e a tutto ciò che è in qualche modo è in conflitto con la morale tradizionale. Insomma, quel che nella società nel suo complesso è ancora tabù, nello star system è accettato da tempo. Bello o brutto che sia, così stanno le cose e chi ha cianciato sul fatto che gli italiani “sono cambiati” e sono diventati “adulti”, più che immerso nella realtà sembra immerso nel reality di nostra signora della Tv Simona Ventura.

D’altro canto, la tv non è finzione? A cosa servirebbero una televisione, ma anche un cinema e un teatro che replicassero in tutto e per tutto la realtà quotidiana? Non sono del resto rappresentazioni quelle che tv, cinema e teatro ci offrono? Che per lo meno siano rappresentazioni di ciò che vorremmo fosse la vita, magari intrise di personaggi e gesti eroici che ci facciano dimenticare la mediocrità di quel tran tran quotidiano dal quale vorremmo evadere. Insomma, di una televisione “vera” non sappiamo che farcene. Certo, però, che se il sogno si chiama Luxuria, allora mi sorge qualche dubbio sulla capacità del mondo dello spettacolo di venire incontro ai desideri reconditi degli italiani. L’idea che dà il mondo della tv è quella di un ambiente autoreferenziale, prigioniero di un settarismo ideologico e incapace di disfarsi delle proprie cristallizzazioni culturali. E lo stesso vale per il cinema, che in Italia continua a proporre rappresentazioni del tutto ideologiche della vita quotidiana, bollando in modo sprezzante come “commerciali” e “poco impegnati” i film che riempiono le sale, specie se americani.

A ben pensarci è il comportamento analogo assunto dal Pci nel Parlamento italiano ai tempi della Prima Repubblica. Di fronte a un popolo che respingeva la loro ideologia (la stessa del mondo dello spettacolo), i comunisti hanno sempre reagito irrigidendosi sulle proprie posizioni bollando la maggioranza degli italiani come retrograda, così da alimentare in essa un’inevitabile repulsione verso di loro che dura tutt’oggi. Insomma, Luxuria non ha fatto altro che affermarsi in un mondo che già lo aveva portato metaforicamente in trionfo in quanto degno rappresentante di una morale antitetica alla morale tradizionale, quella cattolica, come tale ritenuta oppressiva. Un mondo che scorge oppressione in ogni cosa che la Chiesa dice o fa, salvo favorire con ogni mezzo l’avanzata dell’Islam bollando come razzista chiunque osi metterne in dubbio la compatibilità con quei valori occidentali che il mondo dello spettacolo tanto detesta. Che vadano nani, ballerine e travestiti a sculettare (ma sanno fare altro?) in quell’Iran che ai loro occhi ha il grande, inarrivabile merito di aver digrignato i denti davanti a Bush e a Israele, simboli dell’odiato Occidente. Tutto questo può sembrare paradossale, ma quando vivi in un paese in cui sei oppresso in tutto qualsiasi refolo di libertà è considerato come un sorso d’acqua nel deserto, mentre laddove hai tutte le libertà, ma non l’approvazione morale dell’uomo comune, allora la morale corrente diviene oggetto d’odio in quanto ostacolo ultimo per il raggiungimento della felicità. Per il mondo dello spettacolo ogni divieto è oscurantismo proprio perché laddove è concesso tutto, il minimo divieto è fuori posto, come un puntino nero su un foglio che si vuole tutto bianco.

Purtroppo, il sinistrismo politically correct ha campo libero in tutti i settori che hanno la cultura come marchio di fabbrica, dallo spettacolo, al giornalismo, per non parlare di scuola e università. E ha campo libero, perché la destra non ha mai capito, e continua a non capire, quanto importante sia l’aspetto culturale nel dettare l’agenda di ciò che conta, come nel caso di Madame Carla Bruni, che continua a godere del massimo rispetto nello star system culturale nonostante ritenga più grave la battuta di Berlusconi su Obama degli atti criminali della terrorista rossa italiana Nadia Petrella. Inoltre, basta guardare la classifica settimanale dei libri di saggistica più letti in Italia, dove già si legge poco. Ai primi 10 posti, almeno 8 sono sempre libri di sinistra, nonostante le alternative non manchino. La verità è che dopo le violenze degli anni Settanta, quella che era la maggioranza silenziosa si è a tal punto spaventata da considerare tabù la politica. Limitarsi a votare non è sufficiente. La partecipazione deve andare oltre il momento elettorale, altrimenti l’agenda continueranno a dettarla minoranze arroganti e ideologicamente retrive, che hanno il solo vantaggio di disporre di un kit culturale, magari intriso di cazzate, ma pur sempre sufficiente a far la voce grossa proprio perché dall’altra parte, nonostante Berlusconi sia proprietario di tre televisioni, c’è un silenzio di tomba. Anche davanti agli sproloqui di Luxuria.

 

                                                                                                          (La Voce di Romagna, 30/11/2008)

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