Dietro al “nulla” c’è un perché

Siamo alle solite. Anche questa volta ci troviamo di fronte a quattro virgulti pieni di energia e vittime della noia. Purtroppo, fa ormai parte di un cliché il crimine efferato consumatosi a Rimini l’11 novembre scorso ai danni di un barbone. Oltre che criminale, il gesto è vile, in quanto rivolto verso un emarginato della società, per di più mentre dormiva.

Quel che sconvolge, però, è che i quattro autori del crimine sono persone normali, incensurate, le quali a un bel momento decidono di fare a meno di ogni freno inibitore e di ogni regola, non solo giuridica, ma anche morale. Naturalmente, Rimini non ha l’esclusiva di queste porcherie. La stessa Bologna, che quanto a delinquenza negli ultimi anni non si è fatta mancare proprio nulla, ha visto un episodio analogo, pochi anni fa. Ciò che preoccupa, però, è che questi “annoiati” a un bel momento fanno quel che passa loro per la testa. Sono autentiche mine vaganti, proprio perché non sono delinquenti incalliti, i quali, per lo meno, hanno un certo controllo su ciò che fanno, nel senso che essendo il crimine la loro professione, se possono non ammazzano e quando sono “fuori servizio” cercano di darsi un contegno, se non altro per non attirare sospetti. Tornando a quanto accaduto a Rimini, dalle intercettazioni emerge un quadro davvero sconvolgente, nel quale i protagonisti menavano vanto di ciò che avevano fatto. Nell’Ottocento Friedrich Nietzsche profetizzò una società che, in seguito alla morte di Dio, sarebbe finita al di là del bene e del male. Ma qui siamo al di là del male e finanche del peggio.

La morale tradizionale è in costante declino, ma quel che è brutto è che nonostante la consapevolezza della cosa, ciò non basta a renderci “vaccinati”, perché ogni volta è peggio e ogni nuova “ragazzata” è un ulteriore passo verso la barbarie. Come ben evidenziato da Alain De Benoist: “La vecchia morale dava regole individuali di comportamento: la società pareva migliore se i suoi membri si comportavano bene. La nuova morale vuol moralizzare la società, senza regolare gli individui. La vecchia morale diceva alle persone che cosa fare; la nuova morale dice alla società che cosa diventare”. Insomma, se la vecchia morale mirava al bene, quella nuova mira al giusto. Non sono più gli individui a dover filar diritto, ma è la società che va resa più «giusta». In nome della giustizia (sociale naturalmente), le persone sono state via via dispensate dal giudicare gli altrui e i propri comportamenti, così da diventare incapaci di discernere non soltanto ciò che è legale da ciò che non lo è, ma anche ciò che è bene da ciò che è male, per se stessi e per gli altri. Tanto, deputato a stabilire cosa è giusto è il burocrate di turno, magari attraverso qualche “sacra” circolare amministrativa.

Del resto, non sono casuali le continue invocazioni di infermità mentale ogni qualvolta vengono commessi questi atroci delitti. Non appena viene compiuta un’azione deviante rispetto ai requisiti di normalità stabiliti dalla burocrazia sacerdotale deputata a decidere cosa sia «socialmente giusto», ecco scattare la richiesta di infermità mentale, perché tanto qualche possibilità c’è. Certo, invocare l’infermità mentale per quanto accaduto a Rimini mi pare veramente troppo anche secondo i criteri in voga oggi, ma la generosità nel concedere l’infermità mentale denota comunque un certo modo di approcciarsi al problema.      

In ogni modo, le società moderne pretendono di restare «neutrali» nella scelta dei valori, ma così facendo finiscono per diventare ultrapermissive proprio nel momento in cui sono intrise di un bigottismo laicista che, sempre in nome della giustizia sociale politicamente corretta, giunge a consentire ogni cosa, purché questa non abbia le stimmate della morale religiosa cristiana. La cui colpa è quella di essere la “vecchia” morale spodestata, il cui ritorno è sempre in agguato e proprio per questo rappresenta un pericolo. In base alla nuova morale burocraticamente corretta non è importante comportarsi bene, ma realizzare ciò che è «giusto» (o che è ritenuto tale) a qualsiasi costo, il che, oltre a essere contrario alla morale cristiana, è fortemente illiberale. Infatti, osservare regole individuali di condotta, consistenti nel non ledere i diritti e la persona altrui, non comporta il perseguimento di un fine stabilito, mentre il concetto di giustizia sociale di cui è impregnata la morale attuale esprime un dover-essere estraneo alla realtà, benché presente nelle astrazioni ideologiche del burocrate governante o legislatore, e come tale imposto. Al di fuori di esso tutto è permesso perché nulla è giudicato buono o cattivo. Sì, insomma, siamo al di là del bene e del male. Finché qualcuno non rischia d rimetterci le penne senza alcun motivo logico, come il barbone avvolto tra le fiamme due settimane fa.

 

 (La Voce di Romagna, 26/11/2008)                 

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