Solo il risparmio può dare il via alla ripresa

Non è raro in questi giorni sentire persone che invocano un allentamento dei parametri di Maastricht per alleviare la crisi. Ebbene, mai come ora quei parametri andrebbero difesi. L’unica cosa buona dell’Europa sono proprio quei tre parametri, senza i quali molti stati, Italia in primis, sarebbero già finiti in bancarotta come l’Argentina.

Per questo, condivido l’impostazione data al risanamento dei nostri conti pubblici dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Certo, nel recente passato l’ho criticato sulla Robin Hood Tax (e non ho cambiato idea), sulle sue dichiarazioni ani-mercato e sulla mancanza di un’impronta liberalizzante nei suoi provvedimenti. Tutte critiche relative a provvedimenti non liberali. E in coerenza con tali critiche oggi ritengo doveroso e importante elogiare Tremonti. Importante perché le pressioni che sta ricevendo, sia dai colleghi di maggioranza, sia dal mondo imprenditoriale e giornalistico, sono davvero forti, specie in un paese nel quale è ancora forte l’impostazione keynesiana basata sullo sviluppo per mezzo della spesa pubblica.

Infatti, molti invocano provvedimenti per ridare vigore ai consumi e su questo ci sarebbe da discutere, perché chi invoca tali provvedimenti solitamente opta per maggior spesa pubblica, piuttosto che per una diminuzione delle imposte, in quanto con la seconda molte persone che guardano con preoccupazione al futuro non sono spinte a consumare, ma a risparmiare o addirittura a  tesaurizzare le maggiori somme che si ritrovano in tasca per via della diminuzione delle imposte. Ebbene, io affermo, contrariamente alla vulgata corrente, che questo è un comportamento molto saggio. In momenti di incertezza è quanto mai opportuno ridurre le spese e risparmiare. La recessione in cui stiamo entrando è dovuta al fatto che il boom degli ultimi anni è avvenuto in assenza di risparmio. Di norma, dovrebbe accadere che in presenza di grandi quantità di risparmio, il denaro a disposizione di imprenditori e investitori è tanto e il suo prezzo (il tasso di interesse), di conseguenza, è basso, mentre, viceversa, quando il risparmio scarseggia i tassi sono alti. Ebbene, negli ultimi anni, nonostante il risparmio fosse nullo e, anzi, molte persone si siano addirittura indebitate, i tassi erano bassissimi, visto che a regolarli non era il mercato, ma le banche centrali. Questo ha causato investimenti sbagliati e ha creato inflazione, diminuendo il potere d’acquisto dei consumatori. Se si fosse consentito ai tassi di alzarsi sulla base del loro livello reale di mercato, la recessione sarebbe arrivata prima e sarebbe stata meno severa di quanto è ora. Questo perché le recessioni sono le medicine necessarie a curare malattie causate da errori e quanto più si impedisce al mercato di fare il medico tanto più gli errori si accumulano, e ciò fa sì che la medicina, comunque necessaria benché a lungo rifiutata, finisca per essere amarissima nel momento in cui viene somministrata.

Per cui, serve a poco far riprendere i consumi senza un’adeguata base di risparmio, perché la crisi si ripresenterebbe dopo pochi mesi. E ancor meno serve abbassare il tasso di sconto quando la fiducia è stata erosa dai comportamenti al limite del fraudolento e da una politica monetaria troppo accomodante. Purtroppo, la fiducia è fortemente asimmetrica: per costruirsela occorrono anni, per perderla basta un attimo. A costo di andare controcorrente, ritengo che i tassi alti che il mercato richiederebbe possano incoraggiare le persone ad accumulare il risparmio necessario a dar vita a una crescita economica stabile e duratura. Questo, soprattutto nei paesi anglosassoni. Lo stesso principio, se applicato all’Italia, dovrebbe concretizzarsi in un ridimensionamento dello Stato attraverso minor spesa pubblica e minori imposte. Infatti, se negli Stati Uniti e in Gran Bretagna il privato è cicala, in Italia è più formica, mentre il ruolo della cicala lo gioca lo Stato. Semmai, in Italia abbiamo un problema connesso alla struttura produttiva della nostra industria legata ancora molto alla presenza del manifatturiero. Se è vero che esso non ha avuto gli stessi problemi della finanza è altrettanto vero che, in un paese cronicamente carente di capitali come l’Italia, il ciclo lungo del manifatturiero che prevede ritorni del capitale molto prolungati nel tempo richiede continui finanziamenti per far fronte agli impegni di breve periodo Per questo va incoraggiata la politica dei tagli di Tremonti. Semmai occorre fare pressioni in favore di una giustizia più rapida, di minori vincoli legislativi e burocratici, di maggiori liberalizzazioni e di maggior concorrenza, al fine di favorire quegli investimenti esteri che sopperirebbero in parte alla nostra carenza di capitale.

Infine, Tremonti va sostenuto quando dice che i banchieri che sbagliano devono sloggiare. Certo, è vero che i loro comportamenti sbagliati sono stati incoraggiati, in tutto il mondo, da un assetto istituzionale bancario del tutto squilibrato nel quale i maggiori utili venivano conseguiti in virtù di maggiori debiti, ma questi signori hanno comunque cavalcato l’onda rifilando a clienti con rapporti fiduciari pluridecennali prodotti spesso opachi e non trasparenti. Le loro dimissioni contribuirebbero a ricreare un clima di fiducia. Fiducia che manca anche a causa di truffe tutte italiane come quelle legate a bond argentini, Cirio, e Parmalat, truffe che gli italiani non dimenticano, e per le quali mai viene fatta giustizia. Chi sbaglia è ora che paghi, come chiedono dalle persone di buon  senso. E così pure i mercati e gli investitori esteri.

 

(La Voce di Romagna, 16/11/2008)                  

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  1. #1 di Zamax il novembre 16, 2008 - 12:52 pm

    Sono d’accordo e mi conforta vedere illustrate con competenza idee che albergo anch’io nella testa, ma che non mi azzardo a scrivere nel mio blog stante le mie conoscenze assolutamente spannometriche in materia economica. Ne avevo solo fatto cenno in un commento qualche settimana nel mio blog:

    “Diciamo che l’uomo è sempre tentato di imboccare invitanti e illusorie scorciatoie. In fin dei conti gli incontrollati debiti privati dei paesi “liberali” sono il surrogato degli incontrollati debiti pubblici dei paesi statalisti. (Parlo a spanne, s’intende, io preferisco di gran lunga i paesi “liberali”, preferibilmente “senza trucchi”) La filosofia facilona del tipo “andate e consumate” non ha niente a che fare con un corretto “capitalismo” (parola mistificatoria che odio, e di concezione “marxista”); il denaro a costo zero non seleziona la qualità degli investimenti, e colpevolmente non premia il risparmio. A cosa servono le banche se non a premiare con un interesse chi mette il proprio capitale – raccolto rinunciando a qualcosa – a disposizione di chi ne ha bisogno per investimenti “giustificati”, in un’ottica di ottimizzazione spazio-temporale delle risorse finanziarie? In senso lato anche il risparmiatore è un imprenditore.”

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