Speriamo che non sia un nuovo Roosevelt

E venne il giorno di Barack Obama. Un’attesa così spasmodica non si registrava da 2008 anni, soprattutto in Italia. Certo, pronostici e circostanze erano tutti per lui, ma i complimenti li merita tutti per come ha condotto la campagna elettorale. Più forte di John Mc Cain, più forte di Hillary Clinton, più forte del pregiudizio razziale e persino dell’abbraccio di Uòlter Veltroni, Obama ha dimostrato brillantezza e pervicacia, qualità quest’ultima, che non ha fatto difetto neppure a Mc Cain, ma gli otto anni di Bush e, soprattutto, lo scoppio della crisi al momento (per lui) sbagliato ne hanno decretato la sconfitta. 

Gli insuccessi bellici e una depressione economica che si annuncia epocale non potevano non consegnare gli Stati Uniti ai Democratici. Anche Camera e Senato hanno dato il ben servito ai Repubblicani e solo la tenacia di Mc Cain ha reso accettabili le dimensioni della sconfitta alle presidenziali. Del resto, chi è al potere in tempi grami paga dazio. Così funziona in democrazia. Perché se è pur vero alcune responsabilità legate alla crisi dei subprime sono a carico dell’amministrazione Clinton (totale deregulation bancaria e deresponsabilizzazione scriteriata di Fannie Mae e Freddie Mac), la conduzione disastrosa delle guerre in Afghanistan e Iraq è di responsabilità esclusiva dell’amministrazione Bush. L’illusione di poter fare la guerra spendendo poco ha finito per allungare i tempi del conflitto, con conseguente aumento dei costi umani e finanziari, i quali hanno fatto lievitare la spesa pubblica e il debito pubblico americani, il che ha indubbiamente contribuito allo scoppio della crisi finanziaria in corso.

Riguardo a Obama, il suo è un compito da far tremare le vene ai polsi. Dovrà gestire una crisi economica e finanziaria i cui effetti peggiori non si sono ancora mostrati. Nel suo editoriale dal titolo un po’ ingannatore (Sperando in un nuovo Roosevelt) su Repubblica del 4 novembre, Federico Rampini sottolinea come la personalità di Obama da sola non basti a creare una nuova tendenza nella politica americana, fatto accaduto solo con Roosevelt, che spostò a sinistra parte del ceto moderato convincendolo della bontà dello statalista in salsa new deal, e con Reagan che spostò a destra l’asse della politica statunitense reimmettendo il libero mercato al centro dei valori della società americana. Seppur di segno opposto, entrambi avevano un grande progetto, e grazie alla loro capacità di interpretare profondamente stati d’animo e tendenze della società americana lo seppero portare avanti a tal punto che anche i presidenti del partito avversario che succedettero loro alla Casa Bianca (come Eisenhower e Clinton) proseguirono sulla strada da essi intrapresa.

In merito al new deal di Roosevelt, occorre dire che fu del tutto inefficace contro la crisi scoppiata nel 1929. I rimedi statalisti da lui proposti non funzionarono, anzi, aggravarono la recessione protraendo la crisi per tutti gli anni ’30, fino all’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1941. Questo per dire che nei politici è forte più che mai la tentazione di mettere le mani nell’economia nei periodi di recessione, in quanto sono spinti dall’opinione pubblica a servirsi del monopolio del potere coercitivo per trovare rimedi rapidi alla crisi. Del resto, è nella natura degli esseri umani uscire prima possibile – non importa come – dalle situazioni spiacevoli. Purtroppo, in questo momento ogni politico, di qualsiasi partito, è spinto a prendere i provvedimenti più o meno demagogici. La crisi attuale è dovuta al fatto che l’espansione economica degli ultimi anni è avvenuta in assenza di un risparmio precedente che ne consentisse la prosecuzione. Nell’ultimo mese i mercati hanno sanzionato, con forti e frequenti ribassi, il fatto che la crescita economica recente si è basata su debito ed emissione di moneta creata dal nulla. I prezzi così creatisi sono risultati eccessivi e necessitano di ribassare. Tutto questo processo non avviene in modo indolore, ma è necessario. I politici sono incentivati a ridare slancio ai consumi, magari attraverso la spesa pubblica o attraverso ulteriori espansioni monetarie delle banche centrali, per far ripartire (non importa come) l’economia il più presto possibile. Occorrerebbe invece mettere in condizione le persone e le imprese di ricreare il risparmio necessario per poter rimettere in moto l’economia su basi solide, magari dopo un paio d’anni di severa recessione. Provvedimenti come i tagli al bilancio stabiliti dal Ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti, ad esempio, vanno nella direzione giusta. Ancor meglio sarebbe stato se questi tagli fossero stati ancor più consistenti, così da favorire anche una diminuzione delle imposte. E sbaglia chi dice che eventuali sgravi fiscali sarebbero inutili poiché non si tradurrebbero in maggiori consumi a causa dei (giustificatissimi!) timori della gente. Proprio per questo sarebbero più che mai opportuni. Certo, qualcuno storcerà il naso nel sentir parlare di due anni di severa recessione, ma questo sarebbe un prezzo relativamente modesto da pagare, date le circostanze attuali.

Sinceramente, il programma economico di Obama mi dà i brividi. Quello di Mc Cain era senz’altro meglio. Ma anche lui, una volta alla Casa Bianca si sarebbe ritrovato a fare quello che molto probabilmente farà Obama, ossia usare il potere dello Stato per prendere provvedimenti che tappano i buchi nell’immediato, e peggiorano ancor di più le cose in futuro. Insomma, mai come in questo momento il ruolo di presidente americano come persona più potente del mondo viene messo in discussione. Mai come ora è in balia degli eventi e proprio per questo occorre augurargli Buona fortuna.

 

(La Voce di Romagna, 6/11/2008)

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  1. #1 di filippo matteucci il marzo 27, 2010 - 8:37 am

    mi infastidiscono coloro che attaccano pregiudizialmente la borsa, la finanza, il credito quasi siano attività da affamatori e da usurai, in certi delirii nazisti e, purtroppo, cattolici, attività da “ebrei” assetati di potere. credo che per comandare e depredare il mondo gli strumenti sono ben altri, ovvero il controllo del fisco, dell’emissione di moneta (fasulla), dell’indebitamento pubblico, della spesa pubblica pilotata, del voto di scambio e della socializzazione dei costi del consenso.
    invece mani interessate vogliono spingere il popolo a odiare l’investitore, lo speculatore, il prestatore di denaro, il mercante, esattamente come mani interessate spingevano all’odio per l’ebreo “usuraio” e il templare “simoniaco”.
    sulla stessa linea c’è l’odio keynesiano per il rentier , e le continue richieste di aumentare la tassazione sui rendimenti degli inflazionatissimi risparmi di lavoratori, famiglie e anziani.
    ti linko due miei articoli sull’argomento, confidando che ti possano interessare:
    http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html
    http://www.ladestranews.it/politica-ed-attualit-/ideologie-e-rendite.html

    dimenticavo, circa l’accanimento fiscale e certe fandonie che vengono propinate in giro , sempre da mani potenti e interessate, contro l’evasione fiscale (che non esiste, e basta ragionare sulle innumerevoli tipologie di tributi per capirlo, ovvero da qualche parte paghi, sempre) :

    GLI ULTRARICCHI, LE FAMIGLIE PADRONE DEGLI STATI, LE TASSE NON LE EVADONO, LE RISCUOTONO.

    ti saluto con simpatia (e se vogliamo approfondire l’argomento sarò felice di farlo…)

    filippo matteucci
    economista

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