Il sangue dei vinti: l’Italia non è ancora un paese pacificato

Il film di Michele Soavi, “Il sangue dei vinti”, ha seguito lo stesso destino del libro di Gampaolo Pansa da cui è stato tratto, ossia ha diviso destra e sinistra, con i sacerdoti della resistenza a stracciarsi le vesti urlando contro il reprobo Pansa, bollandolo con l’epiteto di revisionista, come se il mestiere dello storico, o del cronista, non fosse proprio quello di “revisionare” continuamente i fatti per meglio giungere alla verità.

Non è quindi per nulla esagerato dire, come fa Pansa, che l’Italia non è ancora un paese pacificato. Lo sarà forse nei comportamenti, perché l’Italia di oggi non è più quella dell’immediato dopoguerra e neppure quella degli anni Settanta, ma non lo è nei cuori. Personalmente, nonostante i miei “soli” 38 anni, ritengo di non avere nulla da imparare da un partigiano comunista, né tantomeno sento il dovere di ringraziarne qualcuno. Questi signori non hanno nulla da insegnarci su quanto fosse cattivo il fascismo. Quanto fossero brutti quegli altri signori in camicia nera ed orbace me lo hanno già raccontato i miei genitori, nonostante il loro cuore non abbia mai battuto per Stalin e i suoi epigoni. Mi hanno raccontato delle sofferenze a cui il duce costrinse un paese mandato in guerra senza esserne minimamente preparato. Mi hanno raccontato di persone torturate con il ferro da stiro, mi hanno raccontato dei rastrellamenti, delle vendette dei fascisti sui partigiani e di tutte le altre atrocità che l’agiografia antifascista ci va (giustamente) raccontando da oltre 60 anni. Mi hanno persino raccontato cose di cui gli antifascisti amano poco parlare, ossia del ruolo avuto da americani, inglesi e polacchi nella liberazione. Magari i partigiani erano un po’ distratti quando le truppe alleate andavano a liberare le città; forse la loro memoria si inceppava una volta lasciate le montagne? Insomma, sugli errori e sugli orrori del fascismo esiste una memoria condivisa. Tutt’al più si discute sul grado di efferatezza della dittatura fascista, ma quasi nessuno ne auspica il ritorno.

Eppure, come mai che l’antifascismo, elemento ufficialmente unificatore dell’Italia repubblicana, come sancito dalla costituzione, è stato il fattore di divisione che più di tutti ha albergato in fondo al cuore degli italiani? Certo, il fatto che ogni 25 aprile le piazze fossero piene di bandiere rosse e non di bandiere tricolori ha avuto la sua importanza, ma c’è dell’altro. Ciò che infastidisce negli antifascisti più veri e autentici è la loro convinzione di essere i detentori del monopolio del bene, come si evince dall’epiteto “fascista” scagliato contro tutti coloro che non hanno creduto (e non credono) nel sol dell’avvenire. Sì, gli antifascisti sono arciconvinti e straconvinti di avere il monopolio del bene e, si sa, quando un gruppo di persone si sente investito delle stigmate del bene allora non si ferma davanti a nulla, perché ai monopolisti del bene ogni azione è concessa, anche se violenta. Certo, in casi come questi è facile cadere nell’ipocrisia. Si sa che ogni guerra civile non termina con la cessazione ufficiale delle ostilità, ma porta con sé mesi di vendette e regolamenti di conti più o meno tollerati perché inevitabili. Ma quel che non è tollerabile sono le bocche ancora oggi cucite su quanto avvenne (soprattutto nelle regioni rosse) nel periodo tra il ’45 e il ’48, e il vergognoso silenzio sulle foibe. Un silenzio omertoso da far impallidire la mafia! La verità è quando ci si sente investiti del monopolio del bene, ogni episodio che possa intaccare il quadro idilliaco sul quale si costruisce un’agiografia deve essere espunto dalla memoria collettiva. E questa menzogna deve finire. Sì, menzogna; perché anche i silenzi, quando producono mezze verità, sono menzogne alla stregua delle false affermazioni.

Per questo dico senza mezzi termini che dai partigiani con il fazzoletto rosso al collo non ho nulla da imparare. Magari questo non vale per certi brigatisti, come è il caso di Patrizio Peci, che proprio da un partigiano ricevette in dono la pistola con cui iniziò la sua “brillante” carriera di terrorista. Magari hanno imparato quei genitori che, sentendosi depositari del bene, sfilano con i propri bambini incitandoli all’odio contro quel Ministro Gelmini che di quel bene è considerata nemica. Oppure, se fosse in grado di imparare qualcosa (ma dubito), si potrebbe dire lo stesso di Uòlter Veltroni, che sabato, di fronte a poco più di 300 mila persone ha detto che l’Italia è meglio di chi la governa, come a dire che, essendo lor signori i monopolisti del bene, se al governo c’è qualcun altro questo è un mascalzone per definizione. Non è peraltro inutile ricordare come proprio lo stesso Veltroni abbia cercato di porre fine a una stagione di mera contrapposizione basata sull’antiberlusconismo. Niente, tutto inutile. Il popolo della sinistra, per decenni educato a sentirsi il migliore, non può vivere senza un male assoluto contro cui scagliarsi, e il vertice del partito ha dovuto adeguarsi. E se nella prima repubblica i bersagli facevano comunque parte della famiglia antifascista e godevano perciò della benevolenza mediatrice dei vertici del Pci, lo stesso non accade con il centrodestra attuale che, privo del marchio doc dell’antifascismo, viene trattato come una congrega di usurpatori e di reietti.

No, ribadisco, da questa gente non ho fortunatamente imparato e non intendo imparare nulla. Preferisco tenermi i miei difetti. Per convivere con i loro non ho le spalle abbastanza forti. E nemmeno lo stomaco.  

 

(La Voce di Romagna, 29/10/2008)

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  1. #1 di Santiago il novembre 3, 2008 - 11:04 am

    Bravo, bellissimo articolo, che condivido.
    Non mi è piaciuta l’allusione sulla Gelmini: trovo giusto in assoluto difendere il diritto a manifestare, e lo trovo ancora di più farlo ora contro i tagli alla scuola elementare, che vanno ad incidere su una delle poche cose che ancora funzionano in italia.
    E poi una cosa: un vero liberale deve essere anticomunista, e qui penso che lo siamo tutti.Ma un vero liberale, se coerente, penso dovrebbe essere anche convintamente antiberlusconiano.
    ciao
    Santiago

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