Ma la medicina di Paulson è peggiore del male

Come previsto, il Senato americano ha approvato il piano Paulson con alcune modifiche e la Camera dei rappresentanti si appresta a votarlo in giornata con buone possibilità di approvazione, così che oggi (per chi legge) potrebbe già essere convertito in legge, con somma gioia dei mercati borsistici che, si sa, fluttuano sempre in base a considerazioni di breve periodo. Se tra qualche mese avremo altre turbolenze e altri fallimenti saremo punto e a capo, con tante grazie al contribuente americano.

Dopo aver letto le solite banalità sui prodotti finanziari truffaldini da parte di operatori finanziari che di quei prodotti hanno inondato il mercato, finalmente, il Foglio di giovedì ha riportato un articolo sensato da parte di un addetto ai lavori. Yves Smith, ex-advisor di Goldman Sachs e Mc Kinsey, ha sostenuto che la miglior ricetta contro la crisi è la recessione. Sì, la recessione, per quanto dura possa essere, è l’unica medicina che può guarire il paziente, in quanto essa sola permetterebbe quella salutare distruzione di valori fittizi, che hanno distorto il mercato. La verità è che, dopo il crack del 1987, recessione è diventata una parola bandita dal vocabolario politico ed economico americano, quando invece una “recessioncina” ogni tanto, magari di un anno, sarebbe necessaria al fine di liquidare i cattivi investimenti e ricominciare tutto da capo. Invece, così non si è fatto e i cattivi investimenti si sono accumulati, sostenuti da un credito facile e da una politica monetaria inflattiva che, gonfiando i prezzi e stimolando artificialmente la domanda, rendevano tali investimenti convenienti. Purtroppo, però, l’afflusso addizionale di moneta fa dapprima aumentare i prezzi di alcuni beni e servizi, a cui segue l’aumento degli altri prezzi, in modo che tale aumento finisce per interessare i vari beni e servizi in tempi e misura differenti. Per evitare che i prezzi esplodano e il sistema monetario crolli occorre restringere il credito, con la conseguente recessione. E visto che la restrizione è giunta con diversi anni di ritardo, invece di una“recessioncina” avremo una recessione bella severa. Insomma, occorre scegliere di che morte morire: o replicare l’iperinflazione tedesca dei primi anni ’20, oppure una severa recessione.

Il buon senso consiglia la seconda soluzione, mentre il piano Paulson va nella direzione opposta. Certo, la prospettiva iperinflattiva tedesca non è alle porte, ma un ristagno di tipo giapponese sì, specie se la legge Paulson passerà congelando i valori fittizi di cui sopra, che in tal modo non sarebbero remunerabili per tutto il periodo del “congelamento”. I regolatori americani (ah! i regolatori!), seguiti da quelli europei, pensano inoltre di lavarsi la coscienza impedendo le vendite allo scoperto dopo aver incoraggiato le banche ad alzare il loro livello di indebitamento. Ma se si bloccano le vendite allo scoperto, i valori finanziari restano gonfiati; alla crisi verrebbe messa una pezza, ma come ben rilevato da Geminello Alvi sul Giornale del 22 settembre, verrebbe inaridita una fonte di liquidità, dato che in una situazione già illiquida si viene a chiudere uno dei canali di ricopertura”.

Alla fine si sceglierà una via di mezzo pasticciata che cerchi di far ripartire l’economia, nonostante questa abbia ancora in pancia tonnellate di carta straccia, di cui si sente l’odore nauseabondo senza sapere di preciso dove si annidi e in che quantità. Purtroppo, gli Stati Uniti non accettano la prospettiva di una recessione. Decenni di politiche keynesiane hanno a tal punto aumentato la propensione al consumo degli americani, che l’idea di un doloroso sacrificio è considerata del tutto inammissibile. Ma una ripresa immediata su basi precarie sarebbe di breve durata. L’odore di marcio si farebbe presto risentire e una forte recessione sarebbe comunque inevitabile, per cui, tanto vale che questa arrivi il prima possibile. Spazzerebbe via da subito tanta sporcizia, magari al prezzo di due o tre anni di sofferenza, ma con l’insegnamento che sviluppo e crescita duraturi sono possibili solo in presenza di forti accumulazioni di risparmio. Ciò significa che se si vogliono gettare basi solide per il proprio futuro, occorre compiere qualche rinuncia nel presente; rinunce che avrebbero anche il benefico effetto di rafforzare lo spirito di un occidente, le cui società stanno sbracando proprio perché incapaci di fare a meno delle cose più insignificanti.

In questo, almeno, noi italiani siamo avvantaggiati e chi si lamenta perché ristagnano i consumi, pensi al fatto che siamo i cittadini meno indebitati d’Europa. Il giorno in cui volessimo mettere ordine agli sprechi della finanza pubblica, sburocratizzare il paese e iniettare un po’ di concorrenza nella nostra economia, allora potremmo scoprire di non essere messi poi tanto male, anche se ci piace spesso pensare il contrario.

 

 (La Voce di Romagna, 4/10/2008) 

 

 

             

 

 

 

                  

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  1. #1 di santiago il ottobre 7, 2008 - 2:20 pm

    Bravo Carlo, parole sante. Ho letto con interesse e condivisione, anche se forse andrebbe approfondita l’analisi su cosa succederebbe qualora si lasciassero banche e istituti vari al loro destino. Sarebbe una catastrofe come molti adombrano?

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