Ma i mercati sono già troppo soffocati da regole e legulei

Venerdì 26 settembre è apparso su Repubblica uno stralcio dell’intervento di Guido Rossi al convegno di studi tenutosi a Courmayeur dal titolo “Nuovi equilibri mondiali: imprese, banche, risparmiatori”. Rossi si è soffermato sulla struttura delle società per azioni e dei mercati finanziari, soprattutto nei suoi aspetti tecnico-giuridici, come è giusto che sia per chi si occupa professionalmente di questioni inerenti al diritto societario.

Eppure, per quanto autorevole sia Guido Rossi, alcuni aspetti del suo intervento mi hanno lasciato alquanto perplesso. Uno di questi è quello relativo alla critica della moderna lex mercatoria, che ha “valicato il confine imposto dalla legislazione dei singoli stati” e le cui modifiche “non hanno potuto fermare le crisi che hanno colpito le società e i mercati finanziari in generale”. Ebbene, la lex mercatoria è quell’insieme di norme che nel medioevo venne redatto dai mercanti europei e dal quale è nato il diritto commerciale vigente nelle società occidentali. Insieme di norme che si rivelò molto efficace nei rapporti tra mercanti. Infatti, proprio perché erano consci dei pericoli a cui il mondo degli affari sarebbe andato incontro, i mercanti elaborarono regole assai severe come la responsabilità illimitata e solidale dei soci delle società per i debiti contratti, istituto che a tutt’oggi si conserva per le sole società di persone, mentre in epoca medievale era la regole generale in quanto non esistevano le società di capitale (come la spa e la srl), nelle quali i soci sono responsabili solo nella misura del capitale conferito. Tale privilegio era limitato alla figura dei soci accomandanti nelle società in accomandita, mentre la società anonima a responsabilità limitata, è stata un’invenzione dell’era moderna avente lo scopo di attenuare il rischio per gli azionisti, addossandolo ai creditori; il tutto per favorire investimenti di ingenti capitali di rischio. La moderna lex mercatoria nasce invece dall’impossibilità dei governi di adeguare per tempo la propria legislazione in un mercato globalizzato sempre più veloce, per cui condannare tale istituzione mi sembra un esercizio quanto meno velleitario.

Altro aspetto toccato dal Professor Rossi è quello relativo al fatto che ormai non viviamo più in un capitalismo di mercato in quanto “nel nuovo capitalismo finanziario le perdite si sono allargate e sono ormai ripianate dallo Stato, cioè da tutti i cittadini che pagano le tasse”. Come non condividere le sue parole? Riguardo alle nuove sfide che attendono il diritto, Guido Rossi sostiene che i giuristi devono cominciare a “interrogarsi per rivoluzionare i principi fondamentali e le strutture che hanno finora retto il diritto societario e dei mercati finanziari”. Secondo Rossi, quindi, occorre inventarsi qualcosa, perché “affidarsi a strumenti superati non solo è perdita di tempo, ma significa dilazionare l’applicazione di strumenti che possano arginare le crisi e che solo il diritto può promuovere”. E proprio queste ultime frasi non mi trovano per nulla d’accordo.

La crisi finanziaria in atto, in realtà, è il frutto della violazione dei principi tradizionali del diritto. Basti pensare al fatto che il sistema bancario in cui viviamo, in Italia e nel resto del mondo, è basato sulla riserva frazionaria, il che significa che il denaro reale esistente oggi è circa il 2% di quanto riportato (legalmente) nelle scritture contabili delle banche, per cui, in caso di corsa agli sportelli, il 98% delle somme dovute non sarà rimborsabile, salvo immissioni consistenti di moneta creata dal nulla dalle banche centrali. Riguardo ai depositi bancari, poi, la banca stipula un contratto di deposito irregolare di moneta; contratto secondo il quale il depositario (in questo caso la banca) dovrebbe rendere disponibile in ogni momento al depositante la stessa quantità della stessa specie di merce (in questo caso moneta) da quest’ultimo depositata. Invece, la banca concede in prestito la somma ricevuta mantenendo una quota di circa il 2% di denaro liquido per i prelievi dei clienti.  La moneta è l’unico asset perfettamente liquido. La mancata osservanza da parte della banca di un coefficiente di cassa del 100 per cento nei depositi a vista dà luogo al fatto per cui due persone (depositante originario e prestatario/banca) pensano di disporre simultaneamente del medesimo importo perfettamente líquido, facciamo di 1000 euro. È logicamente impossibile che due persone si considerino nello stesso momento proprietarie (o dispongano pienamente) dello stesso bene perfettamente liquido (moneta). Questo è l’argomento economico fondamentale che spiega l’impossibilità giuridica del contratto di deposito irregolare di moneta con un coefficiente frazionario di riserva, così come il fatto che quando questo «aborto giuridico» è imposto coercitivamente dallo Stato (sotto forma di ius privilegium a favore della banca), presuppone economicamente la creazione di nuova moneta per il corrispondente importo dei 1000 euro di cui sopra. Da qui nasce l’inflazione e la truffa permanente.

In realtà, il pur bravo Guido Rossi non riesce a liberarsi dalla mentalità dell’uomo di legge che porta a risolvere i problemi infoltendo i codici, quando invece Friedrich von Hayek ci ricorda che una nuova norma di condotta deve essere sempre coerente con il sistema giuridico esistente; principio, questo, ormai desueto, come si evince dalla marea di norme contraddittorie presenti nelle legislazione di tutti paesi, Italia in testa. Se non si prende atto che quello attuale è un problema monetario e non di mancanza di regole, allora i rimedi che verranno presi contro le crisi non faranno che acuire il male. Purtroppo, il fatto che al vertice delle élites dei paesi che contano ci siano banchieri e legulei non fa ben sperare.

 

 (La Voce di Romagna, 29/9/2008)

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