Una rivoluzione liberista che scacci il fantasma di Keynes

Come era prevedibile, la crisi finanziaria che sta attanagliando gli Stati Uniti ha dato il via alla gioia incontrollata dei corvacci dell’anicapitalismo. In molti, soprattutto in Italia, hanno salutato entusiasti la sconfitta di Milton Friedman (l’inventore della reaganomics) e il ritorno di Keynes e delle sue teorie.

In realtà, Keynes non se ne è mai andato, e negli Stati Uniti più che in Europa. Secondo le sue teorie, lo Stato avrebbe il compito far correre l’economia stimolando i consumi (e non i risparmi), attraverso un aumento della spesa pubblica finanziata con il deficit di bilancio (ossia non finanziata), e gli investimenti attraverso bassi tassi di interesse; e per bassi Keynes intende minori o al massimo uguali all’efficienza marginale del capitale (ossia la relazione tra il reddito prospettivo di un’unità supplementare di un certo capitale e il costo di produzione di quell’unità supplementare). Insomma, se l’aspettativa di reddito è minore del prezzo del capitale (tasso di interesse), allora si avrà un deficit di investimenti. I redditi futuri attesi, però, sono il frutto di una stima soggettiva dei vari imprenditori, per cui non possono essere quantificati in equazioni aggregate. Nessuna persona al mondo, quindi, può stabilire discrezionalmente quale sia il livello ottimale di investimenti o se questo è deficitario. E, per converso, nessun burocrate o funzionario di qualsiasi banca centrale può stabilire il tasso di interesse ottimale, nonostante sia investito di tale potere. Come in ogni mercato, il tasso di interesse deve registrare la scarsità di capitale per mezzo del suo prezzo, e a questo gli investitori devono adeguarsi. Naturalmente, avendo il potere discrezionale di stabilire il livello dei tassi di interesse, governi e banche centrali saranno sempre spinti a tenerli più bassi possibili, di modo che, essendo più facile accedere al credito, il livello degli investimenti diviene più alto e, di conseguenza, l’economia tira, almeno per il periodo in cui il politico di turno rimane in carica. Il tutto, sperando che inflazione e debiti, pubblici e privati, esplodano sotto i governi successivi.    

La verità, quindi, è che mai come oggi gli Stati Uniti sono immersi nello statalismo keynesiano, e non tanto per via dei salvataggi governativi. Del resto, in un mercato ormai del tutto distorto da una politica monetaria scriteriatamente lasca, anche questi interventi hanno una loro logica, poiché nell’emergenza occorre tappare i buchi e pure in fretta. Milton Friedman, a  dire il vero, ha sempre sostenuto l’adozione di un tasso di crescita costante della quantità di moneta nel tempo, il cui valore assoluto dovrebbe essere deciso in base a considerazioni di stabilità di lungo periodo. Proposta, questa, che non garantirebbe una perfetta stabilità, ma impedirebbe il formarsi di ampie fluttuazioni, togliendo discrezionalità agli organi preposti alla politica monetaria.

Purtroppo, in periodi come questo i demagoghi statalisti prosperano e pullulano invocando più controlli, salvo dimenticare che le agenzie di controllo americane in materia di finanza sono ben 115. Riguardo all’Europa, poi, prendiamo il caso degli accordi di Basilea 2 relativi ai patrimoni delle banche. Le banche hanno la possibilità di iscrivere a bilancio le propri voci ai valori di mercato anziché al costo storico (prezzo d’acquisto). Certo, in epoca di inflazione entrambi i criteri presentano inconvenienti, dato che la moneta in cui sono espressi perde ogni attendibilità ai fini del calcolo economico, ma almeno il costo storico soddisfa il requisito della prudenza, uno dei principi essenziali per la redazione di qualsivoglia bilancio.  

Nonostante i tassi di interesse e il tasso di emissione della moneta siano fissati d’autorità e gran parte dei regolamenti sia emanata da istituti esterni al mercato, per molti commentatori, se le cose vanno male è comunque colpa del capitalismo! Invece, dobbiamo preservare il capitalismo a motivo della sua superiore capacità di utilizzare la conoscenza dispersa. I sostenitori di un ordinamento basato sul controllo collettivo di risorse e decisioni (come quella di fissare i tassi di interesse) ad opera di un’autorità centrale non capisce che, seguendo le regole sorte spontaneamente in un ordine concorrenziale di mercato, possiamo generare e raccogliere una quantità di conoscenza (pratica) e di ricchezza maggiori di quella ottenuta e utilizzata in un’economia diretta centralisticamente. Conoscenza senza la quale una società moderna non potrebbe sopravvivere a lungo, e ciò è tanto più vero quanto più la società è grande, numericamente e geograficamente. Tutt’al più, in modo dirigistico si governano i villaggi in cui tutti si conoscono, non le società aperte. Per questo, mai come oggi occorre vigilare contro i demagoghi collettivisti – di sinistra, ma anche di destra – che vorrebbero far rientrare dalla finestra ciò è stato inequivocabilmente espulso dalla porta della storia.

Occorre invece completare la rivoluzione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher approfittando di questo momento, ritornando al sistema monetario delle società libere, ossia il gold standard. Esso ha rappresentato, fino allo scoppio della Grande Guerra, il regime del libero scambio e della divisione del lavoro nel mondo, formando uno degli elementi vitali ed integranti di quella politica economica, che dalla prima metà del secolo XIX in poi trasformò l’economia, da chiusa o semichiusa, in un’economia mondiale. La sua portata consisteva nel correggere immediatamente ed automaticamente gli scarti nelle bilance commerciali tra paesi debitori e creditori senza l’intervento dei governi, ed è per questo che senza il gold standard gli scambi liberi in un’economia globalizzata non possono effettuarsi. Peccato, però, che presso le élites politiche e finanziarie, al di là e al di qua dell’oceano, queste idee non alberghino più.

 

(La Voce di Romagna, 23/9/2008)

 

 

 

              

 

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