Caucaso: i fattori che hanno determinato la crisi

Quando il gatto americano non c’è i topi ballano. Questa potrebbe essere la morale della crisi russo-georgiana. È inutile raccontarci favole. Tre fattori hanno inciso in questa vicenda: la debolezza congiunturale degli Stati Uniti, la debolezza strutturale dell’Unione Europea e l’attuale forza dei paesi produttori di energia, di cui la Russia fa parte.

Riguardo al primo aspetto, oggi gli Stati Uniti sono quanto mai vulnerabili e impossibilitati a fare la voce grossa. Prima di tutto perché sono in campagna elettorale, con tanto di presidente sicuramente uscente. Poi, per motivi più prettamente strutturali dovuti alle difficoltà incontrate dall’esercito americano in Iraq e Afghanistan, che hanno reso gli Stati Uniti più antipatici e allo stesso tempo meno minacciosi nei confronti dei loro nemici, effettivi e potenziali. Lo smacco in Iraq e le attuali difficoltà in territorio afghano hanno senz’altro offerto lo stimolo a un politico scaltro quanto spregiudicato come Vladimir Putin di approfittare dell’ingenuità e dell’inettitudine del presidente georgiano Saakashvili per andare a vedere le carte di Usa e Ue in un momento per lui alquanto propizio.

Per quanto concerne invece l’Europa, trovo del tutto condivisibile quanto affermato da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 18 agosto. L’Unione Europea ondeggia sempre tra il desiderio di voler contare sempre e comunque e l’impossibilità di mettere in pratica ciò che si prefigge. Quando uno Stato o un qualsiasi soggetto politico rinuncia aprioristicamente ad avvalersi dell’opzione militare in ambito internazionale, la sua credibilità ne risulta inevitabilmente minata. E si sa, nulla è più pericoloso dei cedimenti di un soggetto debole; cedimenti che si manifestano sotto forma di mediazioni costantemente al ribasso e che incentivano il proprio interlocutore (la Russia) a continuare nel suo comportamento spregiudicato. Inoltre, l’Unione Europea, nelle sue iniziative diplomatiche intrise di protagonismo velleitario,tende spesso a rompere il fronte con gli Stati Uniti senza avere uno scopo ben preciso. A questo, poi, occorre aggiungere che la capacità sanzionatoria europea, già debole per via della propria dipendenza energetica, finisce per esserlo ancor di più per via della propria dabbenaggine politica. Certo, è vero che Putin ha ricondotto l’industria energetica sotto il controllo del Cremlino,azzerando i processi di privatizzazione avvenuti in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e rivedendo, sotto minaccia di revoca delle licenze, i rapporti contrattuali e i diritti di proprietà riconosciuti sotto la presidenza Eltsin. Ma l’Europa, nonostante assorba due terzi dell’energia prodotta dalla Russia, è stata incapace di far valere questa sua posizione di forza, con molti stati membri che hanno condotto,uno dopo l’altro, trattative singole, permettendo al gigante russo di praticare la politica del divide et impera.

Altro aspetto interessante è quello relativo all’asimmetria degli assetti istituzionali dei sistemi energetici europei e di quello russo. Come ben evidenziato dal Professor Alberto Clò nel suo Il rebus energetico, gli assetti europei sono ampiamente liberalizzati e contendibili sul piano dei mercati e dei controlli proprietari dell’impresa, mentre quello russo è ermeticamente chiuso in un monopolio statale sotto il controllo del Cremlino. Ma ciò che più sconcerta è come l’Unione europea abbia fatto davvero di tutto per aumentare la propria dipendenza dalla Russia di Putin, a cominciare dall’accordo basato sulla partnership russo-tedesca del 2005 denominato Nord Stream e firmato da Putin e l’allora presidente tedesco Gerhard Schröder agli ultimi giorni del suo mandato (al termine del quale diverrà subito presidente di Nord Stream). Accordo che prevedeva di collegare Russia e Germania attraverso il Mar Baltico, aggirando e indebolendo Bielorussia, Polonia e Ucraina, paesi attraverso cui transita la quasi totalità di esportazioni russe verso l’Europa. Costi previsto 12 miliardi di euro, 3-4 volte di più di quanto si sarebbe sostenuto potenziando le attuali linee di trasporto, tanto Bruxelles ha concesso all’accordo lo status di “progetto prioritario di interesse europeo”, in precedenza concesso al progetto Nabucco, che nel 2002 Bruxelles aveva sponsorizzato proprio al fine di ridurre la dipendenza dell’Unione dal gas russo! Il progetto avrebbe dovuto convogliare metano dalla regione caspica a Vienna, passando per la Turchia, ma ormai è divenuto moribondo, in seguito all’acquisizione del controllo dell’hub austriaco, dove avrebbe dovuto confluire, da parte di Gazprom, il gigante di Stato russo dell’energia.

Sempre Clò, ci rammenta come i tre progetti che, in nome della concorrenza, l’UE ha sponsorizzato, sono: l’allungamento del gasdotto Blue Stream, che attraverso il Mar Nero collega Russia e Turchia ad opera di una partnership tra Russia e Ungheria. Il gasdotto Sud Stream, ad opera di Gazprom ed ENI, che parallelamente al gasdotto Nord Stream dovrebbe bypassare Bielorussia e Ucraina, collegando, attraverso il Mar Nero, Russia e Bulgaria e da qui l’Italia, via Grecia e/o Austria. Terzo, un gasdotto che, attraverso il Mar Caspio dovrebbe convogliare il metano del (e dal) Turkmenistan e dal Kazakhstan verso la Russia e l’Europa. Insomma, alla fine della fiera l’Europa si troverà per sua decisione a dipendere in tutto e per tutto da Gazprom e da Zar Putin. In nome di una concezione vetusta e dostorta della concorrenza, l’UE si è legata mani e piedi a un super-monopolista di Stato per la fornitura di un bene strategico come l’energia. Non c’è quindi da sorprendersi dell’ignavia della diplomazia europea, perché questa è diretta conseguenza dell’inettitudine del governo di un’Europa divisa in tutto, tranne che nella capacità di farsi del male.

 

(La Voce di Romagna, 8/9/2008)   

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  1. #1 di antonio il settembre 18, 2008 - 1:04 pm

    Una domanda: perchè non sono mai state previste sanzioni per gli USA dopo l’aggressione all’iraq?

  2. #2 di Matrioska Rossija il ottobre 1, 2008 - 1:57 pm

    Ho letto a proposito due interessanti articoli di Sergio Romano e di Giulietto Chiesa. Io, personalmente li condivido, e dico che hanno ragione i Russi, perché sono circondati dalla politica aggressiva degli USA. Di più, sono evidenti due pesi e due misure. L’indipendenza va bene per il Kosovo, ma non per i Curdi e gli Osseti, secondo il teorema Bush-Rice. Per fortuna non tutti hanno subito la propaganda assordante filo americana…..Premetto che io non ho alcuna simpatia per Putin e la sua oligarchia, so bene che la Russia non è una vera democrazia. Ma non lo è neanche la Georgia, con il fantoccio degli USA Saakashvili, e nessuno degli stati dell’ex Unione Sovietica. E’ solo per un senso di giustizia che sostengo la Russia. Mi dà fastidio che ci sia una superpotenza arrogante che pretende di essere lo sceriffo del mondo.

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