Alitalia: l’ennesima sconfitta di concorrenza e libero mercato

Uno dei temi caldi di questi giorni è senz’altro quello legato alla privatizzazione di Alitalia. Molto si è detto e molto si è scritto, e il governo è subito passato all’incasso ponendo l’ennesima tacca sul taccuino dei suoi successi. Ma è stata vera gloria? Personalmente, dubito che da questa operazione il paese e gli utenti possano trarre dei vantaggi. Tutt’al più, si è rivelata un vantaggio per il governo, le imprese che diverranno proprietarie e i lavoratori di Alitalia che manterranno il posto.

Lo scorso anno scrissi che portare i libri in tribunale sarebbe stata la soluzione economicamente più logica, ma l’Italia è un paese troppo rigido per poter sopportare la perdita secca di 20000 posti di lavoro. La stessa vendita ad Air France KLM avrebbe avuto diversi punti interrogativi, ma il Piano Fenice mi sembra averne ancor di più. In particolare, nel decreto legge di giovedì 28 agosto, il governo italiano si è accollato per intero i debiti della vecchia Alitalia, mettendo i nuovi proprietari al riparo da ogni rischio, grazie a una modifica della Legge Marzano. Insomma, come nella miglior tradizione italica, imprenditoria a rischio zero e contribuente a costo pieno. Contribuenti, tra l’altro, cornuti e mazziati, sia come contribuenti veri e propri, perché si dovranno accollare un miliardo di euro per far fronte ai debiti di Alitalia, sia come potenziali consumatori, dato che, in seguito alla deroga alla normativa antitrust contenuta nel decreto in questione, la nuova compagnia avrà il 95% della principale tratta italiana (Milano Linate-Roma Fiumicino) grazie alla fusione con AirOne, con grave pregiudizio per la concorrenza e le tasche dei consumatori. Anche riguardo al profilo strategico della nuova Alitalia le cose non promettono molto bene, in quanto il vettore sarà essenzialmente proiettato sul mercato italiano, in particolare sui sei scali di Roma, Milano, Torino, Venezia, Napoli e Catania.

Certo, anche nei progetti da Air France di un anno fa non c’era molto spazio per una riorganizzazione di Alitalia improntata allo sviluppo della compagnia, come testimonia la mancanza di volontà di aprire il mercato intercontinentale. E se allora non lo si fece per non fare scappare Air France, oggi lo si fa per convincere la cordata nostrana. Alla fin fine, quel che attrae del mercato italiano sono sempre le posizioni di rendita. Come per le banche estere, che ben si guardano dall’aprire sportelli nel bel paese (anche perché in questo ostacolate), ma non disdegnano di entrarci come acquirenti, attirate da posizioni di rendita che il nostro mercato offre. Insomma, se la soluzione adottata un anno fa dal Governo Prodi era alquanto discutibile,  ancor di più lo è il Piano Fenice ideato dal Governo Berlusconi, dato che l’italianità della compagnia ha costituito un ulteriore vincolo per un venditore già del tutto impossibilitato a dettare condizioni in qualsiasi trattativa. Italianità, tra l’altro, più ballerina di quanto si pensi, perché l’accordo sottoscritto dai nuovi azionisti, secondo cui prima di cinque anni non sarà possibile ai soci di andarsene alla spicciolata e cedere la società allo straniero, potrà essere aggirato nel caso vi sia un accordo unanime di tutti i soci in tal senso. Scenario tutt’altro che remoto, nel caso l’Antitrust europeo dovesse avanzare riserve sull’operazione a cominciare dal famoso prestito ponte, la cui mancata restituzione lo trasformerà automaticamente in aiuto di Stato. Inoltre, come ben sottolineato da Francesco Giavazzi, nel caso in cui il miliardo di euro di debito accollatosi dallo Stato italiano dovesse essere considerato aiuto di Stato (e i presupposti in tal senso non mancherebbero) quel miliardo graverebbe sugli azionisti privati, così che il dissesto dell’Alitalia, dallo Stato potrebbe trasferirsi su imprese private.

Riguardo ai sindacati, veri e propri affossatori della compagnia nel corso degli anni, difficilmente si metteranno di traverso. La loro popolarità nel paese è già ai minimi storici, ma se faranno naufragare le trattative, allora si potrebbero davvero prendere due piccioni con una fava: da un lato Alitalia fallirebbe, come logica vorrebbe, mentre il sindacato subirebbe un tale tracollo di popolarità da esserne travolto, il che sarebbe un bene per il paese, che anche a causa delle follie della triplice ha visto il proprio tessuto economico e produttivo deteriorarsi in modo preoccupante. Riguardo agli esuberi, proprio l’ostruzione del sindacato ha fatto saltare la vendita a Air France, ostruzione contro la quale il Governo Prodi non ha saputo districarsi, data l’influenza che il sindacato esercita nell’elettorato di centro-sinistra.

Purtroppo, anche nella cessione di Alitalia la concorrenza è stata la grande sconfitta. Certo, l’Antitrust europeo potrebbe avere da eccepire, ma è bene ricordare quanto detto dal Ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti in merito al fatto che il sistema bancario spagnolo è da mesi letteralmente a carico del contribuente europeo. Perché per la Spagna sì e l’Italia no? O per meglio dire, perché per il monopolista spagnolo sì e per quello italiano no? In realtà, in entrambi i casi gli aiuti pubblici penalizzano comunque il cittadino contribuente e consumatore.

D’altronde, come ben rilevato da Paolo Savona sul Messagero del 3 settembre, ci è stata offerta la possibilità di aumentare la concorrenza in Europa con la direttiva Bolkenstein e i sindacati e le varie corporazioni, sorretti dall’opinione pubblica, l’hanno svirilizzata. Purtroppo, senza concorrenza i prezzi aumentano e la gente chiede più controlli, che sono costosi e non risolvono nulla, prendendosela erroneamente con il libero mercato, che privato della concorrenza è tutto fuorché libero ed efficiente. Soprattutto in Italia.

 

   (La Voce di Romagna, 5/9/2008)               

 

         

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