Il governo va grazie agli ex-socialisti

Sul Sole 24 Ore di martedì 19 agosto, Stefano Micossi ha elencato nel suo editoriale quanto ha fatto di buono il governo nei suoi primi 100 giorni. Naturalmente non ha taciuto sul fatto che tanto ancora resta da fare, ma il succo era che motivi per essere moderatamente ottimisti non mancano.

In particolare, ha evidenziato come sia importante il ruolo giocato dalla pattuglia di ministri ex-socialisti Brunetta e Sacconi, i cui frutti del loro operato già si cominciano a vedere. Se dei miracolosi effetti della cura Brunetta sulla salute dei dipendenti pubblici si è già molto parlato, di più occorre dire in merito ai provvedimenti sulla detassazione delle parti variabili del salario adottati dal Ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Già si registra un aumento del 13% delle ore di straordinario lavorate, che ha interessato il 26% dei lavoratori, nella cui busta paga di luglio si è avuto un aumento medio dell’11%; aumento registrato per il 54% nel terziario (soprattutto commercio e turismo). Naturalmente, provvedimenti di questa natura sono destinati a incontrare l’avversione dei sindacati, specie quando si tratterà di dare più spazio alla contrattazione decentrata, che la CGIL vede notoriamente come il fumo negli occhi.

Detto questo, non c’è da sorprendersi del ruolo riformatore giocato dagli ex-socialisti, anche perché la presenza di liberali autentici come Antonio Martino e Benedetto Della Vedova è troppo esigua e sparuta per produrre i propri effetti. Del resto, i socialisti si sono portati su posizioni più liberali sin dai tempi di Bettino Craxi, ben prima che Tony Blair facesse lo stesso con il new labour della fine degli anni ’90. Naturalmente, Craxi fece questa svolta spinto anche da motivi di sopravvivenza politica, in quanto stretto dai due moloch statalisti DC e PCI, allora in forte (e sgradevolissimo) odore di compromesso storico, mentre il PLI era un ormai diventato un partito vecchio senza un briciolo di vitalità. Questo, però, non deve far passare in secondo piano quanto fece il PSI di allora in termini di elaborazione teorica, grazie soprattutto all’impulso intellettuale di Luciano Pellicani, oggi direttore di Mondoperaio (mensile sempre interessante per chi vuol leggere qualcosa di liberale!) e allora direttore editoriale della casa editrice SugarCo, con la quale ha pubblicato opere straordinarie come Dinamiche delle Rivoluzioni, Miseria del Marxismo e Saggio sulla Genesi del Capitalismo. Le analisi più approfondite sulle dinamiche ideologiche e psicologiche attraverso cui si è sviluppata la perversione comunista nel 20° secolo. Se a tutto questo aggiungiamo la svolta filo-atlantica di Craxi, quel PSI non poteva non diventare il bersaglio primo dell’odio comunista.  

Sempre Luciano Pellicani ha osservato come per un comunista, l’altro da sé non viene visto solo come un nemico (invece che come un avversario), ma come un peccatore da redimere magari attraverso la rieducazione (come nei laogai cinesi, ad esempio). E se nel caso del PSI aggiungiamo anche il peccato (ulteriore) di tradimento, allora ecco spiegato il perché di tanto odio. Ma tale odio non è rimasto confinato al bigottismo rosso, ma ha visto coinvolto anche il bigottismo laicista impersonato da ex-azionisti come Norberto Bobbio e, soprattutto, Eugenio Scalfari, che mai hanno perdonato a Craxi di aver cercato di avvicinare il proprio partito a quelle frange più dinamiche della società italiana da Scalfari & Co ritenute rozze e cafone proprio perché desiderose di emanciparsi da un’élite intellettuale ormai vecchia e stantia. Per completare il quadro, aggiungiamo l’odio degli eredi del dossettismo, ossia Beniamino Andreatta, Romano Prodi e, oggi, Arturo Parisi, che non manca mai di rimarcare il suo disprezzo per quell’Italia che forse non avrà letto Anthony Giddens o Jeremy Rifkin, ma che vorrebbe lavorare senza troppe tasse e intoppi burocratici, magari lontano dagli abbracci della tecnocrazia cattocomunista di lor signori. Insomma, ex-PCI, più Prodi e Repubblica e abbiamo il centrosinistra di questi ultimi anni.

Certo, le agende di Pd e Pdl non divergevano troppo in campagna elettorale, ma il vero problema per il Pd è l’inadeguatezza della propria leadership a livello nazionale. Aperture sul terreno delle riforme istituzionali si alternano troppo spesso a invettive e a un desiderio mai del tutto assopito che qualche magistrato amico tolga a Veltroni e soci le castagne dal fuoco. Insomma, le tare culturali di cui sopra continuano a pesare come macigni e questo è un peccato, se si pensa ai tanti bravi amministratori locali di sinistra sparsi per l’Italia, che già da tempo hanno dismesso quella zavorra ideologica. Basti pensare alla criminalità, con i sindaci, più vicini ai cittadini, spesso in sintonia con il Ministro Maroni, mentre deputati e senatori, più lontani dai cittadini, continuano ancora a ragionare troppo in base a ideologie astratte e vetuste.

In questa legislatura, le possibilità di far bene per il governo non sono mai state così alte, nonostante il momento internazionale non sia dei migliori. Se ciò avverrà, per i post-comunisti giungerà fatalmente il momento di fare ciò che Mani Pulite ha evitato loro di fare, ossia i conti con il loro passato, una volta elaborato il quale (e solo allora) potranno finalmente decidere cosa fare da grandi. E darsi finalmente una nuova classe dirigente, con più buon senso e meno cazzate in testa.

 

(La Voce di Romagna, 26/8/2008)

 

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