Non sempre le buone intenzioni danno buoni risultati

La decisione di Giulio Tremonti di blindare la legge finanziaria per i prossimi tre anni è stata accolta pressoché unanimemente in modo favorevole. L’esigenza di mettere i conti pubblici evitando gli assalti alla diligenza è forte e altrettanto lo è la consapevolezza del tempo perso sulla via del risanamento e delle riforme.

Riguardo ai contenuti della manovra, invece, discussioni e critiche non sono mancate, come è naturale. I critici, alcuni dei quali presenti anche tra le file della maggioranza, hanno posto in risalto i potenziali effetti recessivi insiti nel provvedimento. Purtroppo, per il governo i margini di manovra sono alquanto ristretti, coniugare le esigenze di risanamento con quelle dello sviluppo non è mai facile e ricette magiche non esistono. Nel caso italiano, poi, si sconta il conflitto da sempre presente tra le intenzioni rigoriste della tecnocrazia finanziaria e la classe politica. In più di un’occasione le scelte della prima sono state prese nell’aspettativa che la classe politica, messa di fronte al fatto compiuto, si assumesse le proprie responsabilità. Purtroppo, ciò non è mai accaduto. Il primo esempio si ebbe nel 1982, con il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Per sottrarre il potere di spesa alla classe politica democristiana e socialista, ritenuta troppo corrotta, le autorità monetarie eliminarono i vincoli di portafoglio delle banche che consentivano al Tesoro di approvvigionarsi di valuta a bassi tassi di interesse, nella speranza che lo Stato si mettesse un po’ a dieta. Ciò non accadde, così i disavanzi pubblici vennero finanziati a tassi di mercato, molto maggiori. Inoltre, come rilevato da Nino Galloni in Misteri dell’euro e misfatti della finanza, le banche non acquistavano tutta l’emissione, affinché il tesoro acconsentisse a ulteriori aumenti dell’interesse sul residuo, salvo applicare quest’ultimo e più elevato tasso su tutta l’emissione. Certo, le intenzioni furono le migliori, ma il risultato fu l’esplosione del debito pubblico, che per effetto della capitalizzazione accelerata dei tassi stessi, raddoppiava ogni 3-4 anni.

Lo stesso è accaduto con l’ingresso nell’Euro. In pochi hanno capito che non si può stare al tavolo dei grandi continuando a mangiare con le mani. Se l’adesione all’euro ha comportato un abbattimento dei tassi di interesse sul nostro debito pubblico, gli obblighi derivanti dall’Unione Monetaria ci hanno imposto vincoli che la nostra classe politica ha faticato alquanto a rispettare. L’impossibilità di usare le svalutazioni competitive significava dover metter mano alle disfunzioni del sistema Italia con maggior decisione, costringendo l’Italia a diventare più competitiva attraverso una riforma radicale della nostra istruzione pubblica e privata, un ammodernamento delle nostre infrastrutture e un abbattimento della spesa corrente, soprattutto sul fronte pensionistico. Purtroppo, i benefici effetti sui nostri conti pubblici dovuti alla diminuzione dei tassi d’interesse non sono stati adeguatamente sfruttati. La spesa per interessi sul debito, che nel 1992 era il 12,6% del PIL, nel 1998 era l’8%, con una diminuzione di oltre 4 punti e mezzo percentuali, a fronte di una diminuzione della spesa corrente, sempre nello stesso periodo, dell’1,4% del PIL. Analogamente, nel periodo 1998-2003 la spesa per interessi sul debito crolla dall’8% al 5,3% (-2,7%), a fronte di un calo della spesa corrente dal 45,5% al 44,6% (-0,9%).  

Riguardo alle imprese, nel 1982 si pensò che con alti tassi di interesse, le imprese più attrezzate sarebbero sopravvissute e quelle deboli fallite con effetti di selezione naturale, con conseguente rafforzamento del sistema. Allo stesso modo, l’euro (unito alla concorrenza cinese), non consentendo più svalutazioni competitive, ha costretto le imprese italiane a diventare più efficienti. Ebbene, le imprese hanno eroicamente affrontato questo difficile passaggio, non così è stato per la nostra classe politica. La nostra sinistra euroentusiasta, che ha giustamente sottolineato i vantaggi che per i nostri conti pubblici ha avuto l’adesione all’euro, in questi anni ha finto di non capire che i comportamenti virtuosi che l’Europa ci chiede significano l’adozione di un welfare meno pesante ed invasivo, con un mercato del lavoro meno rigido, che mal si combina con la stucchevole propaganda sul precariato portata avanti da Veltroni e compagni.

Riguardo al governo, ridurre il peso dello Stato tagliando la spesa pubblica è cosa buona e giusta, ma occorre altresì compensare gli effetti depressivi del provvedimento con una forte politica di liberalizzazioni; invece si è preferito optare per politiche redistributive di dubbia efficacia. La mancanza di concorrenza di cui l’Italia soffre tende a rendere i prezzi più alti e, di conseguenza, a deprimere i consumi, con effetti negativi sul gettito fiscale. Inoltre, le liberalizzazioni sono provvedimenti di carattere strutturale che possono dare buoni risultati nel tempo, e il maggior gettito fiscale da ciò derivante creerebbe le condizioni per una forte riduzione di imposte di cui c’è assoluto bisogno. Le famiglie, se devono pagare un IRPEF o un IVA minore, vedranno incrementato il loro reddito disponibile, il che permetterà loro di far fronte ai loro oneri finanziari (specialmente quelli riferiti ai mutui) in una maniera meno pesante. Allo stesso modo, anche le imprese si vedrebbero beneficiate da una riduzione sull’imposta sulle società, che permetterebbe loro di compensare sia il maggior onere finanziario, sia il rincaro delle materie prime.

Certo, tra crisi interna e internazionale occorrerà tirare la cinghia, ma farlo per rimettere a posto le cose ne vale a pena, per tappare i buchi del nostro Stato, come si è fatto negli ultimi 15 anni, proprio no.

 

(La Voce di Romagna, 12/8/2008)

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