No Silvio, la politica di sinistra proprio no

Et voilà! Berlusconi si scopre di sinistra. Venerdì scorso se ne è uscito dicendo che “la vera politica di sinistra la faremo noi” e che il centrodestra attua quello che il Pd promette solo a parole, ossia aiuta i deboli e gli emarginati. Come dire che, alla fin fine, il socialismo è cosa buona e giusta e persino desiderabile, ma il centrodestra lo realizza meglio. E ti pareva! Purtroppo, in Italia sempre lì si va a parare. Termini come rivoluzione liberale sono ormai desaparecidos, mentre concorrenza è un epiteto che ha sempre procurato l’orticaria, soprattutto a destra.

Eppure, i provvedimenti di maggior successo del governo sono stati tutti ispirati da una logica “destrorsa”. A Napoli si è parlamentato poco e si sono affidati pieni poteri a una persona competente come Bertolaso, dando alla polizia anche l’ordine di caricare laddove ciò era necessario. La battaglia intrapresa da Brunetta per restituire efficienza alla Pubblica Amministrazione, il ministro più popolare dell’attuale governo, è, dal punto di vista culturale, una battaglia liberale che vede nello Stato qualcosa di cui diffidare. In ogni modo, sono rimasti ormai solo Antonio Martino e Benedetto Della Vedova a eccepire sul nuovo corso economico tremontiano, guarda caso due fra i pochissimi esponenti del centrodestra a pensare che la funzione primaria dei libri non sia quella di rendere più stabili sedie e tavolini. Detto questo, però, questa involuzione non è certo giunta inaspettata, anche perché i partiti che compongono l’attuale maggioranza di governo sono quanto di più lontano da una cultura di stampo liberale, soprattutto in economia. La Lega, per lunghi anni ostile al centralismo romano, alla fine della fiera desidera solo realizzare in chiave grettamente localistica ciò che la casta ha realizzato a livello nazionale. Alleanza Nazionale, come ha ottimamente illustrato Gianfranco Morra sulla Voce di giovedì 24 luglio, tradisce le sue origini fasciste e corporative, e quindi socialiste. Infine, Forza Italia, quello che sarebbe dovuto diventare un partito liberale di massa, ha incontrato sulla sua strada due ostacoli insormontabili nel percorrere il proprio itinerario, ossia la deriva comunitaria (i comunitari sono una sorta di comunisti di destra) del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e la tendenza accentratrice di Silvio Berlusconi.

Se andiamo indietro con la memoria al 1994, nel governo di allora spiccavano personaggi come Lamberto Dini al Tesoro e Antonio Martino agli Esteri, come a sottolineare il desiderio da parte del centrodestra di proporsi come soggetto credibile presso i partner internazionali. Si invocava Mrs Thatcher come modello. E proprio qui sta il punto. Mrs Thatcher aveva un’idea ispiratrice per la sua azione di governo consistente nel trasferire potere dallo Stato al privato. Concorrenza, privatizzazioni e liberalizzazioni furono i suoi mantra e il libero scambio la sua ideologia. Sì, avete capito bene: la sua ideologia. Quell’ideologia che a Berlusconi manca, sia a causa delle sue lacune culturali, del resto comprensibili in chi ha trascorso l’esistenza a lavorare indefessamente, sia per la sua tendenza a esercitare il comando e a risolvere i problemi del paese in prima persona nella veste di “presidente imprenditore”. Il che va bene per problemi legati all’emergenza come quello di Napoli, ma non per rimettere in moto l’economia.

Riguardo alle politiche di sinistra, per quasi tutto l’Ottocento il socialismo venne considerato un’ideologia retriva e reazionaria, che rischiava di far ritornare il mondo indietro di secoli, poiché pretendeva di accentrare il potere nelle mani del principe. Poi, alla fine del secolo venne inventato il termine progressista, aggettivo che veniva accostato a tutti quei governi che operavano in nome delle classi disagiate. E fu così che da ideologia retriva e reazionaria, il socialismo si trasformò in ideologia ammantata di modernità e di progresso. E a tutt’oggi, in Italia, a sinistra come a destra, continua a persistere il pregiudizio tipicamente socialista secondo cui la cooperazione è migliore della concorrenza. Purtroppo, però, la cooperazione presuppone un ampio accordo sui fini, così come sui metodi impiegati per il loro perseguimento. Essa ha senso in un piccolo gruppo i cui membri condividono particolari abitudini, conoscenze e credenze su ciò che è possibile fare, ma ha poco senso quando il problema è quello di adattarsi a circostanze sconosciute, come accade nelle società moderne, il cui ordine esteso costituisce un processo di acquisizione di informazioni capace di utilizzare conoscenze disperse tra milioni di individui che nessuna agenzia di pianificazione centralizzata potrebbe conoscere nel suo insieme. Perciò, più una società diviene grande e complessa, più il costo delle scelte collettive diventa alto in termini di tempo, di acquisizione delle conoscenze tecniche e di risorse da impiegare per creare il consenso, mentre le aspettative sociali che si possono soddisfare sono sempre minori e settoriali (o corporative se si preferisce). In altre parole, al crescere della società i costi che la politica sostiene nel compiere le scelte collettive tende a diventare sempre maggiore rispetto ai vantaggi individuali che da tali scelte ne possono ricavare i non appartenenti alla classe politica.

Pertanto, le politiche economiche di sinistra hanno il grosso difetto di essere maledettamente costose, il che, per uno Stato iper-indebitato come l’Italia costituisce un ostacolo praticamente insormontabile, e poiché l’Italia ha assoluto bisogno di modernizzarsi e non è certo con provvedimenti dirigisti che ciò avverrà. Se Berlusconi vuol fare la “vera politica di sinistra” si accomodi. Evidentemente, cinque anni di malgoverno non hanno portato consiglio.

 

(La Voce di Romagna, 29/7/2008)

                

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