Robin Hood Tax: una legge illiberale

Consumi in calo del 2,7%. La notizia, giunta senza sorprese, non fa che dare i crismi dell’ufficialità ai sintomi di recessione già da tempo percepibili da consumatori e commercianti al minuto. Le soluzioni proposte al G8 di Toyako in Giappone sono, come si conviene in quelle occasioni, vaghe e ben confuse. Nulla più che proclami per giustificare le spese del summit e far vedere al mondo che i grandi della terra stanno lavorando per noi.

Fra questi ha brillato per “originalità” il Ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti con la sua Robin Hood Tax su speculatori e petrolieri. Proposta all’insegna della più bieca caccia all’untore di manzoniana memoria, la Robin Hood Tax, non solo è controproducente dal lato economico, ma è anche diseducativa in quanto alimenta ignoranza economica pregiudizi presso l’opinione pubblica. Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset scrisse che: “quando c’è scarsità di cibo, la prima cosa che fa la gente è bruciare le panetterie”. Lo stesso sta accadendo oggi con il petrolio. Quest’ultimo scarseggia perché aumenta la domanda e perché tra gli stati che ne monopolizzano l’offerta sono presenti dittature criminali come Iran e Venezuela che ne hanno ridotto l’estrazione a fini politici? Allora tassiamo quelli che ci portano quel poco di oro nero in circolazione! Questa è la logica del nostro ministro dell’economia. Il presidente dell’Institute for Energy Research Rob Bradley, nel focus scritto per l’Istituto Bruno Leoni ha giustamente rilevato come sia un mistero che un aumento dei costi d’impresa possa tradursi in prezzi inferiori e come lo sia altrettanto far aumentare l’offerta di petrolio scoraggiandone la produzione.

La verità è che provvedimenti come questi sono ispirati alla più vetusta logica redistributiva i cui fallimenti ormai sono sotto gli occhi di tutti. Un’impresa o un settore conseguono alti profitti, lo Stato li rapina più del dovuto, per poi redistribuire il bottino a chi ritiene opportuno. Nel caso del governo italiano, a chi versa in condizioni di maggior povertà; intento senz’altro nobile e lodevole, ma le cui discrasie tra intenzioni e conseguenze non possono non inficiarne il giudizio. Come ben argomentato da Bertrand de Jouvenel nel suo classico del 1952 dal titolo L’etica della redistribuzione, nonostante il desiderio di redistribuire la ricchezza sia un sentimento spontaneo, il surplus di ricchezza delle classi ricche è sempre molto al di sotto della deficienza da colmare. Inoltre, da tale surplus andrebbe defalcata la somma occorrente allo Stato per effettuare la redistribuzione; somma spesso alta, data l’inefficienza degli stati nel compiere l’operazione. La logica redistributiva si basa sulla convinzione largamente diffusa, quanto errata, che le nostre società siano molto ricche e che la loro ricchezza sia solo mal distribuita. In realtà, per mettere realmente in pratica l’operazione Robin Hood, occorrerebbe aumentare di molto l’aliquota sui redditi medio-bassi, perché i ricchi sono comunque pochi e anche espropriandoli totalmente di tutti i loro profitti disporremmo di una somma insufficiente a far fronte alle esigenze delle classi più povere.

Nel caso italiano, poi, questo modo di procedere ha addirittura del delittuoso. Il vero problema dell’economia italiana consiste nella mancanza di concorrenza nei propri micro-mercati. Invece di operare in senso redistributivo, in Italia è più che mai urgente una massiccia politica di liberalizzazioni che consenta una redistribuzione di ricchezza direttamente dai produttori ai consumatori senza l’intermediazione dello Stato, di solito costosa e in Italia costosissima. Oggi occorre lasciare soldi in tasca alla gente e tenere a dieta lo Stato.  

Inoltre, leggere dell’impegno assunto dall’authority a che le compagnie non trasferiscano l’aumento dell’imposizione sui prezzi al consumo, oltre che illiberale è anche preoccupante. Ma come, il Ministro Tremonti non ci aveva assicurato che l’imposta era neutra e non avrebbe comportato pericolo di trasferimento della stessa sui prezzi al consumo? D’altronde, basta rileggersi Luigi Einaudi e i suoi Miti e paradossi della Giustizia Tributaria per capire come l’imposta sia cattiva ogni qualvolta è massimamente incerta e come l’imposta neutra e ottima altro non siano che gingilli economico-contabili alquanto pericolosi con cui ministri e burocrati amano trastullarsi nell’illusione di metter balzelli senza crear danno. Se almeno Tremonti si fosse presentato davanti alle categorie interessate in modo umile e con il cappello in mano chiedendo un anno di sacrificio per concorrere alla riduzione del deficit pubblico si sarebbe potuto chiudere un occhio. Invece, alle rimostranze di Gian Marco Moratti il nostro ha preferito usare toni aggressivi da lotta di classe infierendo sulla scellerata gestione finanziaria del fratello Massimo alla guida dell’Inter.

Peccato, perché il governo Berlusconi non è partito male. Prima di impantanarsi sulla giustizia, ha affrontato nel modo giusto il problema rifiuti, le reazioni ai progetti sul nucleare sono state migliori del previsto, la campagna anti-fannulloni di Brunetta ha trovato consensi, mentre i provvedimenti sull’ICI e quelli del Ministro Sacconi sulla detassazione sulle componenti variabili del salario vanno nella giusta direzione. L’economia italiana ha assoluto bisogno di ossigeno, perché lo Stato la sta soffocando. Di questo si sono accorti in molti anche a sinistra. Ormai aspettiamo solo Tremonti.

(La Voce di Romagna, 9/7/2008)

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