Le paure di un’Italia che non cresce

Il Corriere della Sera di venerdì 27 giugno ha dedicato due pagine, con tanto di grafici, sul rapporto tra indebitamento e sfiducia in 10 paesi dell’Unione Europea (Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Francia, Irlanda, Spagna, Svezia, Norvegia, Portogallo e Italia) scaturito da una ricerca effettuata dall’European Credit Research Institute di Bruxelles e dal Personal Finance Research Centre dell’Università di Bristol. Naturalmente, in questo rapporto si parla di debito privato, e non pubblico.
Ebbene, l’Italia è risultato il paese nel quale maggiore è la “paura di non farcela” ad arrivare a fine mese nonostante le famiglie siano le meno indebitate, mentre, specularmente al caso italiano, in Gran Bretagna e paesi scandinavi, dove singoli e famiglie sono più indebitati, si registra il maggior grado di ottimismo nel futuro. Ciò detto, però, anche in Italia il ricorso al credito al consumo è in aumento e le persone costrette a fare i conti con le rate pure. E il fatto che a fronte di un aumento del’indebitamento, pur basso rispetto altri paesi, i salari restino al palo contribuisce a questa situazione di sfiducia.

Ciò in realtà non deve sorprendere. L’Italia è un paese vecchio, non solo e non tanto per età, ma soprattutto per cultura e idee. E le élites politiche e culturali hanno fatto poco o nulla per modernizzare davvero il paese. Il boom economico, avvenuto all’insegna dello spontaneismo individuale che ci contraddistingue, si è svolto in un lasso di tempo molto compresso. Ciò che la Gran Bretagna ha fatto in 200 anni l’Italia lo ha fatto in 15 (1948-1963). Purtroppo, però, se è vero che in 15 anni si può trasformare un paese da agricolo a industriale, è altrettanto vero che non si possono trasformare le teste de suoi abitanti. Così, da 45 anni l’Italia è un paese industriale con le paure di un paese contadino. Chi compra ha mille remore per via del fatto che non ha più i soldi, mentre chi vende ne ha altrettante perché non ha più il bene venduto pur avendone incassato il prezzo. Certo, nel corso del tempo quest’atteggiamento si è sfumato, perché comunque un po’ di modernizzazione è entrata anche nel bel paese, ma i timori permangono, come pure quei comportamenti disonesti, tipici dei paesi arretrati in cui si fatica a comprendere l’importanza di rispettare le regole.

Come detto, il boom avvenne all’insegna del più classico spontaneismo italico, ossia anarchico e il più delle volte fuori da ogni regola, ma anche al di fuori di un’eccessiva presenza dello Stato, e non perché quest’ultimo si astenne volontariamente dall’intervenire, bensì perché spesso non riusciva a farlo, visto il dinamismo dello sviluppo di quel periodo. L’arretratezza culturale del paese emerse una volta che i boom si esaurì. Le richieste furono quelle tipiche di un paese con la testa rimasta al secolo scorso, nonostante l’industrializzazione compiutasi: ossia più Stato e più leggi. Ma più leggi non necessariamente significano più regole, anzi. Come dimostra il caso italiano, più Stato e più leggi vogliono spesso dire più protezione e più privilegi. Insomma, una volta messo su un gruzzolo e segnato il golletto, gli italiani, invece di sfruttare le occasioni da ciò derivanti e cercare di raddoppiare, sono ricorsi al catenaccio arroccandosi in difesa, mentre il mondo giocava, e lasciando nella metà campo avversaria tutt’al più qualche imprenditore isolato, spesso originale, ma sistematicamente lasciato solo o, peggio ancora, vilipeso come sfruttatore e affamatore di popolo e insultato con invidia, come accade nelle società arretrate a chi cerca di innovare.

Una volta passata la buriana degli anni Settanta, segnati da terrorismo e crisi petrolifere, sono arrivati gli anni Ottanta, durante i quali più Stato ha voluto dire più Bot, ossia massimo rendimento a rischio zero, il che ha voluto dire, a sua volta, esplosione del debito pubblico. Gli italiani si sono arricchiti a spese dello Stato e delle generazioni future illudendosi che la cuccagna potesse continuare, salvo scoprire, un bel giorno, che se volevano continuare ad essere un paese prospero, quel debito pubblico andava ridotto e chi voleva arricchirsi doveva correre qualche rischio. Da qui, le prime paure. Oggi, dal punto di vista patrimoniale, gli italiani hanno una ricchezza enorme, spesso investita in immobili pagati con i proventi dei Bot, ma hanno redditi bassi, frutto di un’economia resa ingessata e poco produttività da istituzioni vecchie e inadeguate. Per capirci, è forte la componente statica della ricchezza, ma è al palo quella dinamica, all’opposto di quella Gran Bretagna che, pur iper-indebitata (il che è un grosso male), deriva la sua fiducia proprio dalla capacità di generare reddito della sua economia.
Le paure economiche degli italiani sono oggi in buona parte giustificate, ma sono le stesse di sempre, magari un po’ amplificate. Quelle paure che ci hanno resi tutti più poveri, e che l’attuale governo, soprattutto nella persona del Ministro dell’Economia, sembra voler assecondare in tutti i modi, quando invece occorrerebbe lasciare briglia sciolta a quei settori dinamici della società che lo Stato italiano ha sempre osteggiato e spremuto spesso oltre ogni limite.

 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 (La Voce di Romagna, 30/6/2008)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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