Se la corsa del prezzo dell’oro nero non va in vacanza

Oltre vent’anni fa, nei ruggenti anni ’80, i Righeira cantavano: “L’estate sta finendo e un anno se ne va”. Oggi l’estate sta per iniziare e la sensazione dell’anno che se ne va è già presente prima di iniziare le ferie. Sì, perché nei periodi di crisi ci si sente meno giovani, perché si pensa meno a quel che si può aver di più dalla vita, mentre prevalgono i timori di non riuscire a conservare ciò che già si possiede. Come negli anni ’70, il petrolio è sul banco degli imputati della crisi e la sfiducia è forte. Ogni giorno è un bollettino di guerra sul fronte delle quotazioni del greggio e il pessimismo di commentatori e operatori si riversa nelle case della middle-class europea e americana. Riguardo alle cause, quando il prezzo di una merce sale, ciò si deve o a un aumento della sua domanda o a una diminuzione della sua offerta. Se quest’ultima fu la causa che provocò la crisi negli anni ’70, oggi ci troviamo di fronte a un aumento della domanda, tra l’altro tutt’altro che inatteso, per via dell’entrata di paesi come Cina, India e Vietnam nel mercato dei consumatori di petrolio per autotrasporto e per scopi industriali. E se l’aumento del consumo del petrolio per autotrasporto (in Cina tra il 12 e il 18% su base annua) determina un aumento secco del prezzo, occorre sempre tener presente che l’aumento del prezzo del greggio dovuto al maggior consumo per scopi industriali viene compensato dai minori prezzi delle merci prodotte proprio in questi paesi nei quali i fattori produttivi (soprattutto lavoro) hanno costi ben più bassi rispetto a quelli occidentali. Le merci che beneficiano di questi ribassi sono soprattutto abbigliamento e beni durevoli, mentre per quanto concerne servizi di pubblica utilità e alimentari, il caro petrolio si sconta per intero nelle bollette e nel carrello della spesa.

Altro elemento che contribuisce all’aumento del prezzo, e che negli anni ’70 mancava, sono le turbolenze finanziarie legate ai derivati (quotati al Nymex a partire dal 1983), come i futures e le opzioni su di essi introdotte nel 1995. Come riportato dal Professor Massimiliano Marzo su LaVoce.info, il ricorso a tali strumenti è a tal punto aumentato che la mole di contratti scambiati non riflette, se non in minima parte, l’effettiva domanda sul mercato fisico. Infatti, a fronte di una continua crescita del volume di contratti scambiati sui futures, la percentuale portata a effettiva esecuzione sul mercato fisico è pari solo allo 0,8 per cento del volume totale, mentre la parte restante viene lasciata scadere senza che avvenga un effettivo scambio di merce.

Come detto, la recessione degli anni’70 fu dovuta a una diminuzione dell’offerta, il che ridusse la produzione accrescendo i costi, con conseguente diminuzione della produzione industriale. Chi c’era in quegli anni ricorderà senz’altro la politica dell’austerity in Italia o la diminuzione dell’attività lavorativa settimanale delle fabbriche in altri paesi occidentali. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a uno shock da domanda di petrolio dovuta all’aumento del consumo da parte di paesi terzi rispetto a Usa e UE, il che non comporta solamente costi per le nostre economie, poiché la crescita del commercio, della domanda di beni industriali e di consumo si riflette su quell’economia stimolando la produzione industriale. Come sottolinea giustamente il Professor Francesco Lippi: “La comparsa di nuovi attori economici sullo scenario mondiale rende alcune risorse più scarse, aumentandone il costo, ma offre al contempo nuove opportunità di commercio. La correlazione positiva tra il costo del petrolio e la produzione industriale degli Stati Uniti rivela che l’economia americana è in grado di trarre un beneficio netto da questi sviluppi. Il risultato riflette solo in piccola parte il fatto che gli Usa siano anche produttori di petrolio (la quota sul valore aggiunto è bassa). L’analisi individua nella produzione di beni e servizi poco sostituibili, la cui domanda non sia intaccata dall’offerta dei paesi emergenti, il fattore che consente a un’economia industriale di accrescere il proprio prodotto, nonostante e anzi grazie allo sviluppo dei nuovi arrivati. È la capacità di innovare e rimanere leader in produzioni sofisticate e poco sostituibili che gioca un ruolo chiave nel determinare se la sfida di oggi sia un’opportunità o una sciagura, una paura o una speranza”. Purtroppo, l’Italia è un paese sempre meno competitivo nei settori più innovativi, per cui la sfida di oggi viene vissuta come una sciagura, stante anche l’incapacità di attutire i costi petroliferi, per via della disgraziata rinuncia al nucleare di vent’anni fa.

Certo, rispetto agli anni ’70 sono cambiate tante cose, e non solo in Italia. Ad esempio, allora alle prime avvisagli di crisi fu il panico anche perché si veniva da 25 anni di crescita ininterrotta. Si pensava che con il modello di sviluppo keynesiano, a base di spesa pubblica in deficit e tassi di interesse artificialmente al di sotto del loro livello naturale, l’economia della stagnazione fosse nulla più che un triste ricordo e la crescita fosse sempre e comunque assicurata; ma così non fu. Allora la crisi giunse inaspettata e tutto si fermò, anche perché in alcuni paesi (vedi Gran Bretagna) si preferì far lavorare le imprese in crisi tre giorni la settimana, piuttosto che farle fallire, cosa oggi impensabile. D’altronde, Mrs Thatcher era ancora di là da venire. Inoltre, oggi la finanziarizzazione dell’economia gioca un ruolo fondamentale, ma non sempre positivo. Politiche monetarie espansive ai limiti dell’irresponsabilità (e forse oltre) a lungo intraprese hanno tardato a ripercuotersi sui prezzi solo grazie alla globalizzazione, che ha consentito a molte imprese di trasferire le fasi meno capital intensive della produzione in paesi a basso costo del lavoro. Solo che a tirare troppo la corda delle politiche inflazionistiche, i prezzi prima o poi salgono, a cominciare dal petrolio, e a forza di concedere credito con eccessiva facilità, i debiti crescono e le insolvenze pure. Perché se oggi a differenza di allora l’economia non si ferma, questo avviene anche perché le persone hanno potuto posticipare il momento di tirare la cinghia indebitandosi sempre più. Ma prima o poi questa enorme massa debitoria dovrà essere onorata. La possibilità che torni il sereno con il superamento della crisi dei mutui subprime sembra essere più che altro una speranza, anche perché problemi analoghi si hanno anche nel settore delle carte di credito e delle assicurazioni. Insomma, l’impressione è che non si voglia andare a vedere in profondità cosa c’è dietro questa crisi per paura di vedere confermati i timori più inconfessabili.

Una crisi come questa, poi, non si sa mai come e dove (quali settori) possa colpire, se si pensa che persino i supermercati stanno soffrendo il caro-petrolio. Il Sole 24 ore di venerdì 13 giugno, in un articolo a firma di Arturo Salimbeni, ci informa che in Francia, ad esempio, le grandi catene della distribuzione (tipo Carrefour) hanno infilato quattro mesi nerissimi: gennaio -0,6%, febbraio -0,7%, marzo -1,8% e aprile -4,1%, mentre in Belgio e Olanda si segnala l’aumento del numero delle persone per auto nei maxiparcheggi degli ipermercati, e in  Spagna ha preso piede il taxi collettivo. Insomma, gli ipermercati, la cui dislocazione fuori dai centri cittadini ha sempre costituito un punto di forza per via delle comodità nell’uso e nel parcheggio dell’automobile, soffrono anche loro il caro-petrolio. Questo è indicativo di come certi fenomeni cambino le abitudini delle persone in modo talvolta sorprendente, perché a nessuno verrebbe in mente di pensare che i supermercati e gli ipermercati, i cui prezzi sono spesso assai convenienti, possano risentire più di altre strutture commerciali con prezzi più alti di questo periodo di crisi.

E lo stesso vale per l’industria delle vacanze, che con l’andazzo corrente guarda all’imminente stagione estiva con malcelata preoccupazione. Anche qui, maggiori distanze non sempre significano maggiori esborsi. I voli low-cost, ad esempio, permettono di ridurre il costo dei biglietti aerei per destinazioni europee ed extraeuropee, mentre il caro petrolio non incoraggia certo a spostarsi in automobile, sia per il viaggio in sé, sia per gli spostamenti in loco durante la vacanza. Inoltre, chi va all’estero in aereo di rado usa l’auto una volta là, così non si sobbarca i costi della benzina. Tuttavia, l’aumento dei costi dovuti al caro-petrolio si ripercuoterà anche sul prezzo dei biglietti aerei, ma gli effetti di tali aumenti, almeno in Europa, potrebbero iniziare a vedersi dall’autunno di quest’anno o, al più tardi, dai primi del 2009. Nel frattempo, dati su per giù gli attuali prezzi nei trasporti, alberghi, ristoranti e servizi comportano esborsi, ma anche in questo settore l’Italia è sempre meno competitiva con l’aumento dei costi avvenuto negli anni scorsi che quasi mai giustifica il livello dei servizi, pubblici e privati. Certo, però, che più la vacanza è breve, più il costo del trasporto incide. E visto che ormai la vacanza lunga di un mese sta via via uscendo dalle abitudini degli italiani (che in questo si stanno adeguando al resto dei paesi industrializzati), anche questo ha la sua incidenza, che aumenta ancor di più per quanto riguarda i weekend mordi e fuggi, tanto cari agli avventori della riviera. Se a questo, poi, aggiungiamo il clima, che con buona pace degli ambientalisti si preannuncia tutt’altro che caldo e secco, il gioco è fatto. Quando si dice che piove sul bagnato!

Inoltre, rispetto a 30 anni fa è diminuita la capacità degli italiani di rinunciare alle cose. D’accordo, a differenza degli anni ’80, quando ad agosto le città si svuotavano letteralmente, oggi le vacanze sono più scaglionate, perché il passaggio dall’industria ai servizi richiede che certe attività non si fermino, ma il desiderio di lasciare le propria città o i propri paesi è sempre forte, specie per chi ha famiglia. Paradossalmente, chi popola sempre più le città d’estate sono proprio quelle giovani coppie alle prese con le rate del mutuo o quei giovani che provano a uscire di casa e che sono costretti a tirare la cinghia a causa dei bassi stipendi percepiti durante i primi anni di lavoro. Forse, dopo generazioni di giovani viziati per i quali le vacanze di luglio e agosto erano una sorta di diritto divino, sarà proprio questa generazione di presunti bamboccioni a riscoprire i valori legati a un tempo libero più sobrio e meno frenetico.

 

(Le Ragioni dell’Occidente, giugno 2008)     

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