Troppi giovani sono vecchi dentro

Domenica scorsa, Benedetto XVI ha lanciato un allarme che è stato colto da pochi, tra i quali Stefano Zecchi sul Giornale di lunedì 19 maggio. Il Pontefice ha evidenziato come molti giovani oggi siano in realtà “vecchi dentro”, per usare un’espressione ormai sempre più in voga.
In questi casi, solitamente si vanno a cercare i colpevoli, dai genitori, alle mamme italiane troppo apprensive, al sessantotto, a una scuola allo sbando, per finire ai giovani stessi troppo fiacchi e viziati. Tutte cose vere, intendiamoci, ma Zecchi ha colto nel segno rimarcando come “La paura di pensare al futuro, la sfiducia nella possibilità di realizzare le proprie aspirazioni che attanagliano i genitori si riverberano quindi, inevitabilmente, sui figli”, i quali, pur continuando a impegnarsi, sanno che il mondo non avrà molta considerazione del loro impegno. Perciò, continua Zecchi: “Si comprende perché i genitori più consapevoli, che tirano avanti dignitosamente ma senza avere ricchezze e potere, proteggano i propri figli da entusiasmi, aspirazioni, speranze che, se deluse, prostrerebbero malamente i loro ragazzi. Meglio il sano realismo «dell’accontentarsi»: niente sogni, molto pragmatismo”. E ancora: “Difficile, allora, sconfiggere il virus con la speranza, il coraggio, il rischio. Sperare significa oltrepassare la realtà esistente per guardare faccia a faccia senza paura il futuro, con il coraggio di affermare le proprie aspirazioni. Rischiare testimonia il piacere di avventurarsi in territori sconosciuti dove si può incontrare il «nuovo» da conquistare”.

Certo, il momento è difficile, e l’Italia è un paese problematico, soprattutto per i più giovani. Le responsabilità politiche sono immense e non basterebbe un’enciclopedia per elencarle tutte. Corruzione e ideologia hanno imposto al paese uno statalismo dissipatore di risorse e creatore di privilegi. Inoltre, vedere sempre premiati i comportamenti più turpi fa perdere la speranza. Ma nel pessimismo attuale c’è dell’altro, c’è qualcosa di atavico che andrebbe sradicato dalla nostra mentalità. Ogni volta che si propongono soluzioni innovative e in linea con le leggi di mercato ci si sente rispondere: “ma sai, siamo in Italia…”, come se da noi le giornate durassero 15 ore e la gravità attirasse gli oggetti verso l’alto. E lo stesso dicasi del proverbiale “…perché in Italia non cambierà mai niente”, giustificazione cinica e meschina che vien tirata fuori per criticare uno stato di cose che si ritiene indesiderato, ma che non si ha la voglia o il coraggio di cambiare. Troppo spesso l’invito a cercarsi il posto fisso ci viene dai nostri vecchi e vedere il figlio “sistemato” è stato troppo a lungo il sogni dei genitori italiani, soprattutto delle madri. In Italia, chiunque desideri perseguire i propri sogni di felicità si trova sempre davanti un muro di paura e di invidia. Paura da parte dei propri cari e invidia da parte di vicini e conoscenti, i quali sopporterebbero malvolentieri che una persona normale – uno “come loro” – possa avere successo nella vita, perché ciò significherebbe che il successo, con impegno e costanza, è alla portata di tutti. Allora l’Italia delle raccomandazioni fa gioco anche a chi si lamenta, perché spesso il politico corrotto diventa un comodo alibi per la propria mediocrità.

Anche nella letteratura e nel cinema si può osservare tutto questo. Se gli Stati Uniti hanno avuto in John Wayne, con il suo cavalcare sempre a schiena dritta, il simbolo dell’uomo deciso e con tanto di spina dorsale, l’Italia ha avuto come simbolo I Malavoglia di Verga, opera nella quale i protagonisti più si impegnavano e più affondavano, come se la vita fosse un susseguirsi di sabbie mobili nelle quali più ti ribelli al destino e più affondi. E lo stesso vale per il filone neo-realista al cinema, nel quale oltre a una visione politicamente di parte, sinistrorsa e anticapitalistica, non si può non cogliere il pessimismo di un popolo che ha sempre dovuto chiedere il permesso per tutto e che si trova spaesato una volta che si minaccia di spezzargli le catene, perché forse la libertà lo spaventa ancor più dell’oppressione. Insomma, un pessimismo fatalista che è più tipico di un oriente dalle dispotico, che di un Occidente libero. Per questo, dalle colonne della Voce critico spesso l’attuale Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Non solo perché penso che il protezionismo sia cosa sbagliata, ma anche perché buttare altra paura in un paese che ne è sepolto mi appare delittuoso.

In realtà, la globalizzazione è un crogiolo di opportunità anche per chi non ama spostarsi, perché solo in un mercato ampio in quanto globalizzato ci si può specializzare in professioni compatibili con le proprie preferenze. Certo, questo presenta difficoltà e comporta rischi, ma a questo mondo nulla è facile. Purtroppo, l’Italia ha fatto in 15 quei cambiamenti che altri paesi come la Gran Bretagna hanno fatto gradualmente in 200. E in 15 anni può cambiare la struttura economica di un paese, ma non le sue istituzioni  e ancor meno le teste dei propri abitanti, le cui paure sono sempre le stesse di una società chiusa e contadina. Le stesse che continuano a frenare molti giovani italiani.

 

(La Voce di Romagna, 21/5/2008)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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