La sfida alla vulgata dei “compagni che sbagliano”

Bravo Napolitano! Mai come ieri mi sono sentito rappresentato da un Presidente della Repubblica, il quale ha sostenuto che «chi ha regolato i propri con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società ma con discrezione e misura» e che «il rispetto della memoria purtroppo è spesso mancato proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche».
Era ora che qualcuno osasse sfidare la vulgata progressista politicamente corretta che vede i terroristi rossi come compagni che sbagliano o, peggio, come maestri di vita per le giovani generazioni. Se c’è una cosa che non è mai mancata ai protagonisti degli anni di piombo è stata la ribalta, quella ribalta che non ha proprio il sapore della piena assoluzione, ma che aiuta a sentirsi meno soli e fa sì che gli ex-terroristi non sentano troppo la necessità di fare i conti con la propria coscienza. Infatti, basta sentire i loro discorsi, che iniziano con un pietismo di prammatica verso le vittime del terrorismo e i loro parenti, e finiscono con il più classico dei “ma allora eravamo combattenti pieni di ideali che volevano cambiare il mondo”. Il tutto, atteggiandosi a santoni con analisi politico-sociologiche più o meno deliranti sui mali del mondo capitalistico e sull’attuale globalizzazione, e facendo magari capire che, quando ammazzavano e gambizzavano, in fin dei conti lo facevano per combattere le stesse ingiustizie che oggi attanagliano le famiglie strozzate dai mutui e che faticano ad arrivare alla quarta settimana.

Ebbene, quegli intellettuali che trovano mille giustificazioni ai compagni che sbagliano fanno parte di quella cricca che in Francia sbraita contro l’arresto di Cesare Battisti e sono gli stessi che oggi cercano in tutti i modi di mettere un’etichetta politica sull’efferato omicidio di Verona. Perché in entrambi i casi, alla fin fine, dei morti ammazzati non interessa granché. Nel caso di Battisti tutto ciò è dichiarato esplicitamente, mentre nel caso di Verona si evince in maniera più subdola e implicita. Inoltre, nell’omicidio consumatosi a Verona, ci hanno inzuppato il biscotto anche diversi quotidiani, di sinistra naturalmente. Basti pensare all’Unità, che il giorno seguente all’omicidio se n’è uscita mettendo in evidenza l’omertà dei veronesi. Il fatto, poi, che dopo meno di 48 ore tre dei cinque partecipanti al pestaggio fossero già dietro le sbarre e gli altri due, che all’estero avrebbero dovuto trovare chissà quali coperture, siano stati arrestati due giorni dopo, dà l’idea dell’atmosfera da agit-prop che regna in certe redazioni.

Man mano che passavano le ore, si è scoperto che questi cinque non erano fan del terzo reich, poi che non erano figli di papà berlusconiani. Insomma, era il classico branco di baluba incapace di tenere a freno i propri istinti, e forse proprio per questo i contorni della vicenda assumono aspetti preoccupanti. Per sbattere a tutti i costi il fascista in prima pagina, si finisce per perdere di vista la gravità del fatto, ossia che qualsiasi balordo si sente in diritto di uccidere il prossimo senza un perché. Nichilismo allo stato puro, come ha sottolineato ad Anno Zero Umberto Galimberti, tra un copia e incolla e l’altro. La verità è che tutta questa polemica ha risentito del momento politico. Un momento nel quale il Pdl ha vinto, ma non si è ancora insediato al governo. Perciò, non potendo incolpare Berlusconi e soci, la sinistra politically correct si è scagliata contro l’Italia destrorsa e fascista che li ha votati. E poi, qual miglior occasione. Proprio a Verona, città simbolo del dolce stil novo leghista e con un sindaco come Flavio Tosi, che ha fatto dell’ordine pubblico e della lotta contro l’immigrazione clandestina i suoi cavalli di battaglia!

Quello che ha stancato è questa falange polemista a senso unico. Io non condivido quello che ha detto Gianfranco Fini in merito al fatto che quanto è accaduto a Torino, dove sono state bruciate le bandiere di Stati Uniti e Israele, sia più grave di quanto accaduto a Verona. Più grave no, ma più preoccupante forse sì, poiché nessun italiano, che voti a sinistra o a destra, si esime dal condannare i fatti di Verona, mentre in certe fasce della società italiana gravitanti attorno all’universo no global albergano idee criminali che portano a solidarizzare con i kamikaze mediorientali, con chi vuole distruggere Israele e l’Occidente, e con chi vorrebbe dar vita a una nuova stagione terroristica in Italia. Insomma, se a destra la condanna della violenza è praticamente unanime, nel mondo della sinistra estrema i distinguo più ambigui e pericolosi si sprecano. Il Partito Democratico ha iniziato con Walter Veltroni una stagione all’insegna del riformismo moderato, scrollandosi di dosso i cascami del comunismo e del radicalismo politico rappresentati dalla sinistra arcobaleno, della cui assenza in parlamento non si sente davvero la mancanza. Purtroppo, la sconfitta elettorale ha fatto riemergere in modo veemente le tentazioni di un ritorno al passato, specie in Massimo D’Alema. Se ciò avvenisse, sarebbe la pietra tombale per la sinistra italiana e la sua capacità di uscire da un Novecento pieno di sangue, di follie e di orrori.

 

(La Voce di Romagna, 11/6/2008)

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