Il Travaglio dell’informazione italiana

Che pena l’informazione! Ho rivisto la puntata di Anno Zero di giovedì primo maggio nella quale si è discusso, alla maniera santoriana, di informazione prezzolata e di quanto detto da Beppe Grillo il 25 aprile. Si è rivisto lo Sgarbi dei “giorni migliori”, battagliero a suon di decibel e invettive nei confronti di Marco Travaglio, autentico Grillo parlante, sia come facente veci del comico, sia come aspetto fisico.
Uno dei temi toccati nella trasmissione è stato quello del rapporto tra democrazia e completezza dell’informazione. In particolare, Michele Santoro ha posto la questione in questi termini: “I cittadini per votare devono essere correttamente informati. In Italia lo sono o i fatti scompaiono?”. Il fatto poi che questi discorsi saltino puntualmente fuori quando a vincere sono il centro-destra e Silvio Berlusconi la dice lunga sui fini della polemica. In ogni modo, Travaglio ha intelligentemente fatto rilevare che noi siamo il paese in cui si è scoperto che la Parmalat era cotta quattro anni dopo che era cotta, nonostante Beppe Grillo l’avesse detto per tempo e nessun analista analisti finanziario sia stato grado di spiegare ai risparmiatori che non dovevano comprare i bond della Parmalat, quando le banche sapevano da anni la situazione in cui versava l’impresa di Collecchio. Purtroppo, occorre dire che i silenzi sulla Parmalat, nonostante le denunce di Grillo, sollevano problemi seri sull’informazione italiana. Questo, però, non va a incidere sulla democrazia e sul momento elettorale. Più che sul voto, ahimé, i silenzi come quelli su Parmalat vanno a incidere su cose ben più importanti come il portafoglio degli investitori. Quindi, cercando di porre l’attenzione sempre e comunque sull’aspetto politico, Santoro ha finito per mettere in secondo piano la questione più importante.

Tornando al rapporto tra democrazia corretta informazione, occorre capire sia cosa si intende per corretta, sia come viene analizzata l’informazione. Innanzi tutto, non è un caso che le patenti di correttezza siano sempre affibbiate da monopolisti della morale di vario genere e da tuttologi del nulla con inclinazioni più o meno totalitarie. Infatti, il parametro di correttezza va sempre a coincidere con quello del giacobino di turno, altrimenti si è dei venduti e dei nemici del popolo al servizio di chissà quali interessi. Riguardo al concetto di informazione in sé e per sé, quasi sempre ci si sciacqua la bocca senza avere la benché minima idea della complessità dell’argomento. A tal riguardo il tema viene sempre trattato da studiosi di comunicazione, quando, personalmente, ho sempre trovato molto più interessante il dibattito sull’informazione e la conoscenza in ambito economico. E questo è tanto più vero quando si parla di libertà di stampa, perché quando lo si fa ci si limita sempre agli aspetti legati al potenziale conflitto tra la verità che devono raccontare i giornalisti e gli interessi dell’editore. Ma questo è uno degli aspetti e concerne l’informazione dal lato dell’offerta, mentre nessuno prende mai in considerazione il lato della domanda.

Nei corsi di economia politica di molte università italiane, l’informazione viene presupposta “data e completa”. Come dire che l’informazione è disponibile in forma gratuita e gli agenti economici sono tutti onniscienti. Invece, informarsi costa, in termini di tempo e di denaro. E ciò che vale per gli agenti economici, vale anche per il cittadino elettore, che quasi mai è informato in maniera precisa sulle dinamiche politiche, anche perché esserlo non sarebbe neppure razionale, dato che i costi da affrontare per avere un’informazione approfondita sarebbero maggiori dei benefici che se ne ricaverebbero. Inoltre, c’è una parte di lettori che va in cerca di informazioni che in qualche modo ne rassicurino le convinzioni, perché cambiare idee in merito alle proprie certezze è generalmente più difficile che cambiare l’auto. In poche parole, la corretta informazione dell’elettore è, e sarà sempre pura utopia, e questo un professionista del video come Santoro lo sa benissimo.    

Naturalmente, le critiche relative alla qualità dell’informazione vanno sempre accettate. Sulla libertà di stampa, invece, molte critiche sono spesso pretestuose, e non solo da parte di qualche “servo del padrone”, ma anche da chi, invece di essere schiavo del proprio editore, è schiavo delle proprie ideologie e non capisce che la faziosità è un ostacolo alla verità altrettanto grande delle pressioni dell’editore. Ciò non significa che non si debbano manifestare le proprie idee. Basta farlo argomentando con un minimo di cognizione di causa. Purtroppo, non è insolito vedere persone che nel parlare di cose inerenti al proprio lavoro sono obiettive e razionali – in quanto sanno ciò di cui stanno parlando – e una volta che il discorso scivola sulla politica si trasformano in tifosi da bar sport. Ma questo è un lusso che si può concedere il comune cittadino, non chi fa informazione. E in Italia troppo spesso lo si dimentica.

 

(La Voce di Romagna, 6/5/2008)     

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