Se il Pd non capisce il proprio deficit culturale

Se Paganini non ripeteva mai, non altrettanto si può dire del Pd, che due settimane dopo le politiche ha concesso il bis al Comune di Roma. Nel complesso, una bella tranvata, non c’è che dire. Le riflessioni per l’intera sinistra a questo punto si impongono, ma dalle dichiarazioni post-14 aprile di diversi suoi esponenti traspare quantomai nitida la sensazione di inadeguatezza dell’apparato dirigente, sia del Pd, che della Sinistra Arcobaleno.
Ancor più che un deficit politico, emerge un evidente deficit culturale, un’incapacità di analizzare i fatti per ciò che sono senza fare di ogni soggetto un simbolo. Dagli operai agli immigrati, tutto viene in un certo qual modo idealizzato sulla base di categorie sociologiche che si rivelano a conti fatti superate. La figura dell’operaio è sempre quella legata alla grande impresa ottocentesca, buona per una lotta di classe ormai più utile ai sindacati che ai lavoratori stessi. Sindacati ed esponenti della Sinistra Arcobaleno continuano stancamente a replicare la litania del padrone cattivo, quando i veri nemici dei lavoratori sono il sistema finanziario istituzionalmente truffaldino, che con l’inflazione ha eroso il loro potere d’acquisto, la casta politica con annesse clientele nella Pubblica Amministrazione, per il cui mantenimento la busta paga subisce decurtamenti inaccettabili, e la casta sindacale, la cui politica imperniata sullo scambio posto sicuro-bassi salari mostra da tempo la corda, dato che il primo si sta ormai rivelando indifendibile, nei fatti ancor più  che nei principi.

Lo stesso discorso vale per gli immigrati, che la sinistra continua a idealizzare, vedendo in essi i dannati della terra di fanoniana memoria a cui tutto deve essere concesso in virtù di una sorta di colpa che l’Occidente – capitalista e perciò sfruttatore – dovrebbe assumersi per la povertà del Terzo Mondo. Quando poi un cittadino italiano, magari anziano e povero, subisce un’aggressione ad opera di un immigrato, di sociologia buonista e terzomondista non sa giustamente che farsene. Fino a che punto la sinistra viva fuori dalla realtà è stato dimostrato da Livia Turco pochi giorni dopo il 14 aprile, quando a Porta a Porta è sbottata esclamando che il problema sicurezza sta nel fatto che la gente viene portata ad avere paura da una propaganda montata ad arte. E se andiamo indietro fino a prima del 14 aprile era la norma sentirsi tacciati continuamente di razzismo ogni qualvolta si poneva il problema della violenza di rom e maghrebini. Certo, è vero che negli ultimi decenni gli omicidi sono calati. E vorrei vedere, con l’invecchiamento della popolazione! Il problema è che con l’immigrazione i reati si sono fatti più “democratici”, nel senso che colpiscono indistintamente ricchi e poveri. Se una volta, quando c’era maggior professionalità nel delinquere, si rapinavano per lo più banche e goiellerie, oggi vengono presi di mira anche negozi e persone, in pieno giorno come di notte, mentre sono aumentati i furti e le rapine nelle case, siano esse ville di facoltosi imprenditori o case popolari di povere vecchiette. Insomma, si rischia la pelle anche per 10 euro, ed è in un contesto come questo che la sociologia buonista della sinistra fa acqua da tutte le parti proprio nei confronti dei più poveri.

E che dire della campagna antifascista mossa contro Alemanno negli ultimi giorni di campagna elettorale a Roma? Il portavoce della comunità ebraica di Roma ha sottolineato come anche nell’ex- ghetto ebraico in molti hanno votato Alemanno, anche per la politica estera di demonizzazione di Israele portata avanti da Massimo D’Alema. Possibile che la sinistra si appelli sempre agli ebrei morti e non pensi mai a quelli vivi? Ha esclamato Pacifici. Anche qui l’ebreo è visto come simbolo, buono solo quando deve essere commemorato dall’antifascismo militante, salvo diventare il “solito ebreo” quando si parla di Medio Oriente.

A conferma di tutto ciò, sta il buon risultato conseguito dal Pd a livello locale (Roma ha una valenza in parte nazionale), confermandosi a Udine e strappando al Pdl Vicenza e Sondrio. Questo sta a dimostrare che, se abbandona un’ideologia fuori dal tempo (e dal mondo) e presenta candidati radicati sul territorio, la sinistra ottiene buoni risultati anche nel nord est. Purtroppo, smettere di ragionare in termini ideologici quando lo si è fatto per decenni è molto difficile. A livello nazionale la dirigenza del Pd è ancora pervasa da questa malattia e temo lo sarà ancora a lungo. Se il posto degli attuali dirigenti – cresciuti nel brodo di coltura sessantottino – sarà preso in futuro da chi si sta facendo le ossa in modo egregio a livello locale, sarà tanto di guadagnato, non solo per la sinistra, ma per tutto il paese.

Perché è interesse di tutti che la sinistra rinsavisca, magari a cominciare da adesso. Con un Pdl e una Lega che cianciano di dazi e protezionismo, qualcuno che incalzi il futuro governo su liberalizzazioni e concorrenza serve come il pane. La sconfitta a Roma dopo anni di notti bianche veltroniane e il fatto che Bersani e Di Pietro siano stati gli unici ministri che hanno riscosso popolarità testimonia come la politica del fare alla lunga paghi. E questo valga da lezione, non soltanto per il Pd, ma anche per un centrodestra che nel quinquennio 2001-2006 ha traccheggiato molto e concluso poco, e non solo per colpa di Casini e Follini.

 

(La Voce di Romagna, 1/5/2008)                                

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