Dubbi liberali su Tremonti. Non si torni al passato

Giulio Tremonti sugli scudi. Persino Paolo Mieli nel suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica ha elogiato Ministro dell’Economia in pectore. Elogio suddiviso in due parti: nella prima, in cui si analizza il risultato del Pdl, il libro di Tremonti La paura e la speranza viene definito “un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e che ha dato grande lustro all’impresa”; nella seconda, in cui si analizza il risultato di Veltroni, si sottolinea come tra i limiti del Pd ci sia quello di non avere una solida base culturale di riferimento, “in quanto alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta”. Ebbene, al seminario di Aspen Tremonti ha sostenuto che la cura indicata dal Financial Stability Forum contro l’attuale crisi finanziaria “è solo un’Aspirina data per una malattia più grave”. Certo, è vero che le ricette del Financial Stability Forum sono forse un tantino generiche, dal maggior scambio di informazioni tra le autorità di controllo, a una maggior vigilanza su patrimoni, liquidità e gestione rischi, per finire alle nuove regole per le agenzie di rating. Ma Tremonti ha rimarcato il fatto che nelle conclusioni dello Stability Forum “non c’è mai la parola nazionalizzazione”. E prosegue dicendo: “Dove si fa l’elenco degli strumenti da utilizzare si parla di iniezioni di liquidità e di altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave, aiuti di Stato. A parte il fatto che può sembrare quanto meno comico definire fumose le iniezioni di liquidità, occorre aggiungere le precisazioni fatte dallo stesso Tremonti su Repubblica di lunedì nel corso di un intervista concessa a Massimo Giannini.

“Io – riflette il Professore – resto convinto che la crisi sia molto grave, e che i suoi effetti negativi sono tutt’altro che esauriti. Qui c’è un problema di fondo che andrà chiarito: la Northern Rock è stata nazionalizzata, ci sono banche centrali che stanno comprando dalle banche commerciali pezzi di portafoglio marci e li stanno scambiando con titoli del debito pubblico buoni. Questi, in linea di massima, mi sembrano aiuti di Stato. Io non entro nel merito, ma vorrei sapere se sono legittimi o no”. Stante la deriva neostatalista tremontiana, appena ho sentito uscire dalla sua bocca parole come nazionalizzazioni e aiuti di Stato ho pensato al peggio. In realtà, Tremonti ha posto un problema reale. I salvataggi bancari sono veri e propri aiuti di Stato. Quale altra impresa, se in difficoltà, riceve iniezioni di liquidità da un’istituzione pseudo-governativa per poter far fronte alle proprie esigenze di cassa? Sarebbe bello poter fare impresa, se una volta a rischio fallimento ci fosse qualcuno che ti presta il denaro che ti serve perché tanto ne può stampare quanto ne vuole, dato che ne ha il monopolio dell’emissione. Peccato, però, che quel denaro stampato in più, se significa salvezza per molte banche, significa anche minor potere d’acquisto per altrettanti lavoratori. Inoltre, il prezzo del denaro, ossia il tasso di sconto, non è determinato dal mercato, ma è fissato d’autorità da istituzioni politiche come le banche centrali. E poi, perché il contribuente europeo deve finanziare la bolla immobiliare spagnola, attraverso l’acquisto da parte della BCE (effettuato con titoli del debito pubblico) dei subprime dalle loro banche commerciali? Purtroppo, l’attuale crisi finanziaria non è risolvibile senza passare per una recessione, che sarà tanto più lunga quanto più i governi e le banche centrali interverranno con provvedimenti distorsivi.   

Detto questo, però, c’è da augurarsi che Tremonti non voglia affidarsi a provvedimenti modello New Deal rooseveltiano degli anni ’30. Interventi a go go dello Stato nell’economia, protezionismo, dazi. Eppure, l’esperienza degli anni ’30 si è rivelata del tutto fallimentare. Dei provvedimenti presi allora da Roosevelt sono da salvare soltanto quelli rispondenti alla logica dell’emergenza, come la centralizzazione delle decisioni relative ai ricoveri per i poveri e gli indigenti, cresciuti improvvisamente a seguito dello scoppio della crisi. Ma il resto, ossia il protezionismo, le nazionalizzazioni e l’irrigidimento per legge del mercato del lavoro si sono rivelati un autentico disastro. Basti pensare che nel decennio che va dal 1932 al 1941 la disoccupazione si è mantenuta sempre al di sopra del 15%. E stiamo parlando degli Stati Uniti! Il protezionismo impedisce di adattare in modo efficiente la struttura del capitale alle esigenze dei consumatori. Delocalizzare le produzioni manifatturiere in Cina o in paesi dell’est europeo risponde alle più elementari logiche, non solo dell’economia, ma anche del buon senso. L’economia italiana si basa per il 28% sul manifatturiero rispetto al 22% della media europea. Troppo. Si vorrebbero proteggere settori a basso valore aggiunto per far funzionare i quali occorrono bassi stipendi e quella manodopera straniera così mal vista proprio dai fautori del protezionismo (la Lega).

Se questo è l’indirizzo del prossimo governo, c’è davvero poco da stare allegri. Nel Governo Prodi Bersani ha avviato, seppure in maniera timida, i primi processi di liberalizzazione in qualità di Ministro delle Attività Produttive. Purtroppo, dai nomi che circolano (vedi Alemanno al Welfare,), per la causa liberista si annunciano tempi grami. Peccato, perché Tremonti a occuparsi di tasse al Ministero dell’Economia, un liberista al Ministero delle Attività Produttive e un Maurizio Sacconi o un Giuliano Cazzola al Ministero del Welfare potrebbe funzionare. Se solo Berlusconi lo volesse…

 

(La Voce di Romagna, 22/4/2008)        

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