Finalmente è rimasta a casa l’Italia dell’odio

E tre! Di questo passo Silvio Berlusconi diventerà il Rocky italiano. Sempre dato per vecchio e finito, eppure sempre vincente, nonostante continue gragnuole di cazzotti, provenienti di volta in volta da magistrati, politici (avversari ed alleati), giornali (italiani ed esteri), intellettuali e altri vip dello spettacolo più o meno assortiti, compresi quelli che dalle sue televisioni ricevono compensi da nababbi. Perché si sa, se la sinistra è già occupata dal cuore, il portafoglio non può che trovar posto a destra. Il giudizio su questa tornata elettorale non può prescindere da quello sulle elezioni del 2006. Così come le due guerre mondiali sono considerate dagli storici un’unica guerra civile europea intervallata da un ventennio di povertà e tensioni sociali, lo stesso, fatte le debite proporzioni, si può dire di queste due tornate elettorali, ossia, un unico atto suddiviso in due parti, intervallato da un biennio di maggior povertà e tensioni sociali. E se la fine del primo conflitto mondiale lasciò uno scenario tremendamente instabile e pieno di rancori e recriminazioni da parte degli sconfitti, come nel caso dell’esito elettorale del 2006, la fine del secondo conflitto consegnava uno scenario senz’altro più chiaro e nettamente bipolare, come nel caso delle elezioni appena svolte. Inoltre, nel trionfo del centrodestra sembra cogliersi un’onda lunga iniziata con la rimonta nella campagna elettorale del 2006 (quando colmò a tempo di record il distacco con l’Unione) e proseguita in questi due anni, tanto da portare il Pdl e la Lega a distanziare di ben 9 punti il Pd e l’Italia dei Valori.

Se il 2006 ci offriva un quadro di ingovernabilità desolante e frammentato, il 2008 ci offre una semplificazione su cui due anni fa nessuno avrebbe mai scommesso. Finalmente si sono creati i presupposti per una democrazia bipartitica, notoriamente più funzionante. Gli elettori, evidentemente stanchi di coalizioni litigiose, hanno premiato sia il binomio Pdl-Lega, sia quello Pd-IdV. Riguardo al Partito Democratico è senz’altro da salutare con soddisfazione la sua affermazione, nonostante la sconfitta. Partendo con il fardello ereditato dall’esperienza fallimentare del governo Prodi, un 33% abbondante è un risultato tutt’altro che disprezzabile. La speranza è che la sconfitta elettorale (inevitabile) non faccia saltare tutto. Purtroppo, la presenza di tanti galli nel pollaio e la cronica mancanza di un leader sono due fattori di debolezza che possono creare difficoltà nella tenuta nel Pd, specie in caso di successo del governo Berlusconi. In tal caso, occorre salvare il soldato Uolter. Occorre salvarlo dal ritorno del prodismo, protagonista di una stagione politica di odio e contrapposizione totale tutta da dimenticare.

Rispetto a due anni fa Prodi è rimasto a casa, così come è stata lasciata a casa la Sinistra estrema, con la quale il Professore amava spesso giocare di sponda. Il dossettismo di Prodi e l’anticapitalismo ottocentesco di Bertinotti e compagni sono stati il perno dell’odio verso i ceti produttivi italiani. Il dossettismo è un’autentica eresia novecentesca illiberale e anti-occidentale e Prodi, come tutti gli aderenti alle sette, ha dimostrato una capacità d’odio davvero forte. Non ci mancherà. Riguardo alla sinistra estrema, la presidenza della Camera di Bertinotti ha indispettito i duri e puri, mentre la politica del no a tutto ha indispettito chi è più moderato, specie nei casi della TAV, del blocco nella costruzione dei termovalorizzatori in Campania e del referendum tenuto nelle fabbriche sulla riforma del welfare. Se in molte roccaforti operaie la Lega ha fatto il pieno non c’è da meravigliarsi.

A Casini non resta che mordersi le mani. Se nei cinque anni di governo della Casa delle Libertà non si fosse messo continuamente di traverso, oggi sarebbe, ben più di Gianfranco Fini, in pole position per ereditare la leadership del centrodestra nel dopo-Berlusconi. Invece, da buon democristiano nostalgico delle diatribe interne al partito, ha fatto dell’UdC una sorta di corrente riottosa all’interno della Casa delle Libertà. E oggi raccoglie ciò che ha seminato.

Riguardo ai vincitori, l’esperienza del quinquennio 2001-2006 è stata tutt’altro che esaltante. Nonostante in campagna elettorale Berlusconi non ne abbia volutamente accennato, l’Italia ha davvero bisogno di una Rivoluzione Liberale, di cui la rivoluzione fiscale costituisce una delle due gambe, mentre l’altra, come insegna Mrs Thatcher è costituita da liberalizzazioni e privatizzazioni.  Al riguardo non è molto incoraggiante il ritorno al Ministero dell’Economia di Giulio Tremonti, il quale è un grande fiscalista ma non è un economista, e a ottime idee per quanto riguarda il fisco abbina una versione del tutto distorta delle dinamiche economiche. La speranza è che all’interno del Pdl si crei un raggruppamento sufficientemente numeroso di persone che voglia portare avanti riforme liberiste, sfidando la deriva statalista tremontiana, oltre alle resistenze di Lega di diversi ex di Alleanza Nazionale. L’Italia è una nazione che non cresce perché allergica alla concorrenza e piena di rendite pubbliche e private, e con i tempi grami che si avvicinano per via della crisi finanziaria mondiale in atto, occorre riformare profondamente il paese, e non solo dal punto di vista istituzionale. Porgere la mano all’opposizione in un frangente come questo non deve essere preso aprioristicamente come un desiderio di inciucio. Speriamo che l’opposizione non sia sorda a un’eventuale richiesta di collaborazione e che sappia parlare con una voce sola. Senza Prodi sarà più facile. Non approfittarne sarebbe delittuoso, sia per Berlusconi che per Veltroni.

 

(La Voce di Romagna, 16/4/2008) 

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