Contro il comunismo occorre aprire i mercati

Le notizie di questi giorni provenienti dal Tibet sembrano davvero riportarci con la memoria all’indietro, quando nei paesi comunisti – pardòn, nelle democrazie popolari – le ribellioni venivano soffocate nel sangue. Oggi come allora, stessi riti, comunicati che negano l’evidenza che sembrano scritti con la carta carbone. Oggi, a differenza di allora, ci sono i filmati su You Toube che smascherano le bugie del regime.

Oltre alla tracotanza del regime di Pechino ciò che fa rabbia è il senso di impotenza che si prova in situazioni come queste. La Cina non è l’ex-Jugoslavia, che può essere ridotta a più miti consigli con la minaccia militare. No, il diritto internazionale è il diritto del più forte e chi sa di aver le spalle coperte si comporta da prepotente, come la Cina oggi. Tanto, grande e potente com’è, sa di essere inattaccabile. Purtroppo, però, oltre che grande e potente, è retta da un regime comunista, con tutto il male che ciò comporta. Infatti, è proprio da comunisti ciò che sta facendo la Cina in Tibet. È tipicamente comunista il genocidio culturale perpetrato dal regime di Pechino, che si sente in diritto di far tabula rasa dell’identità e della cultura plurimillenaria di un popolo. È tipicamente comunista il furore giacobino di chi, convinto di possedere il monopolio del bene, ritiene di poterlo imporre a chiunque non sia in grado di rifiutarlo perché più debole.

In “La Porta Proibita”, Tiziano Terzani descrive lo scempio fatto dalle guardie rosse di Mao in Tibet, dove la distruzione della religione, ancor più che in altre parti della Cina, fu pianificata e sistematica, e fu condotta con tale perseveranza e metodicità, da mutare persino il paesaggio: “le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi: sono state rase al suolo. I campi avevano migliaia di tempietti e reliquiari: le guardie rosse ne fecero degli spaventapasseri. Ogni famiglia aveva un altare con varie figure di fango rappresentanti gli dei: tutto fu fatto a pezzi. Gli strumenti religiosi vennero distrutti. Le bandiere di preghiera che, multicolori, sventolavano dai tetti, dai pali, dalle vette delle colline, vennero tirate giù e rimpiazzate dalla bandiere rosse del partito. Migliaia di figure buddhiste, scolpite, intarsiate e dipinte sulle rocce vennero scalpellate, sfigurate a colpi di martello, coperte di vernice, cancellate”. Nulla meglio di questa descrizione testimonia la mentalità tipicamente comunista e giacobina orientata a distruggere senza pietà ogni cosa che contrasti con il credo rivoluzionario. Nessuno zelo religioso è mai arrivato a un tale disprezzo per l’altro. Giusto i Talebani, quando distrussero le due statue del Buddha scolpite nelle pareti di roccia del Bamiyan, in Afghanistan.

L’istinto suggerirebbe di boicottare la Cina, dalle olimpiadi agli scambi. Invece, l’esperienza ci insegna che l’unica possibilità di minare le basi dei regimi come quello cinese è coinvolgere il più possibile quei paesi nel circuito degli scambi commerciali. L’Unione Sovietica ha potuto resistere per più di 70 anni perché era uno Stato chiuso al mondo, nel quale dall’estero entrava solo lo stretto necessario per le esigenze della nomenklatura, mentre il popolo doveva restare “autarchico”, perché, si sa, ciò che non si conosce non si desidera, e un popolo che non desidera non ha alcuno stimolo a ribellarsi. La Cina, invece, si è aperta al mondo. Lo ha fatto alla sua maniera, ma lo ha fatto. Di tanto in tanto si sente di agitazioni e di proteste, proprio nelle zone più sviluppate del paese come Shanghai, perché laddove c’è un po’ di libertà e benessere le persone divengono insofferenti a qualsiasi restrizione, in quanto la libertà è come un refolo di vento che, una volta insinuatosi, non conosce ostacoli e può arrivare a percorrere tutto l’edificio, anche quando è grande come la Cina. L’isolamento è sempre stato un sistema controproducente, come dimostra il caso di Cuba, il cui embargo ha dato a Castro la possibilità di accentrare il potere e di fare vittimismo gratuito nella parte di Davide contro il Golia a stelle e strisce. Boicottare le olimpiadi, poi, non serve a nulla. D’altronde, non lo ha già fatto Jimmy Carter? Un nome una sicurezza, come testimonia il Premio Nobel per la pace assegnatogli.

Il libero scambio è il mezzo più indicato per fiaccare un tiranno, perché instilla nei tiranneggiati lo spirito di ribellione. Certo, richiede tempo e pazienza, ma funziona. Nel frattempo, la resistenza del popolo tibetano non mancherà, aiutata anche dalla geografia. Infatti, il trapianto forzato di cinesi in Tibet è stato del tutto fallimentare per via dell’altitudine, così come sono fallite sia la coltivazione del grano al posto dell’orzo, sia l’industrializzazione coatta. A volte, il sistema di dominio comunista, con la sua inefficienza, può essere un alleato involontario quanto prezioso. Lo speriamo tutti, perché una civiltà pacifica, ricca di fascino e per di più in cima al mondo come quella tibetana, merita di continuare a esistere in tutta la sua unicità, anche se contaminata da mezzo secolo di marxismo-leninismo.

 (La Voce di Romagna, 23/3/2007)   

                            

                            

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  1. #1 di libertyfighter il marzo 28, 2008 - 1:54 pm

    Eheh
    Si. Ho praticamente scritto le stesse cose…
    Del resto considerato dove ho trovato il link al tuo blog non mi aspettavo altro.
    Anche se pure lì è partita una petizione per il boicottaggio…

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