Il governissimo può essere utile al paese

Nei giorni scorsi è montata la polemica sull’ipotesi di governissimo ventilata da Silvio Berlusconi in caso di sostanziale pareggio al Senato. Ipotesi dietro la quale è stato visto un desiderio da parte del leader del Popolo della Libertà, benché quest’ultimo abbia smentito tale intento.
Eppure, io sono tra coloro che pensano che Berlusconi, in fondo al cuore ma neppure troppo, si auguri che ciò accada, nonostante le smentite di rito. E, soprattutto, non lo biasimo per niente. L’Italia è messa male e Napoli, pur essendo una realtà degradata, ne rappresenta un po’ l’emblema in quanto a incapacità di porre rimedio ai propri problemi. Per dirla con Montezemolo, l’incapacità di fare squadra è totale. Ogni sito scelto per una discarica è una guerriglia tra dimostranti e forze dell’ordine. Ovunque, ma non nel mio cortile e se il resto del paese va in rovina chissenefrega. Insomma, siamo un paese a conflittualità totale e a solidarietà zero. Quella solidarietà continuamente invocata dagli statalisti di ogni risma, ma che a ben vedere manca soprattutto laddove l’invadenza dello Stato ha estirpato ogni spontanea attitudine alla carità cristiana.

Purtroppo, se Napoli piange il resto d’Italia non ride. Il comportamento egoista e imprevidente dei campani in realtà rispecchia più di quanto si pensi quello di un paese che all’egoismo dei giorni nostri coniuga un corporativismo endemico che impedisce di cogliere i problemi al di là dell’ambito dei propri interessi più immediati e al di là del contingente. Insomma, sia nel tempo che nello spazio siamo di vedute piuttosto ristrette. Se a questo aggiungiamo che in Italia l’ideologia sessantottina ha imperversato più che altrove, ecco che le dimensioni del degrado assumono contorni preoccupanti. Oltre a questo, penso che Berlusconi, nei 5 anni al governo, si sia reso conto dell’inadeguatezza dello Stato italiano. Inadeguatezza cresciuta ancor di più in seguito a quella spruzzata di riforme pseudo-federaliste attuata in questi anni che, lungi dal dare più autonomia agli enti locali, ha finito per intralciare ancor di più una macchina statale già di per sé farraginosa. Basta che un piccolo comune amministrato dalla sinistra (con tanto di verdi in giunta) si opponga a un’opera pubblica ed ecco che tutto si blocca. Il caso della metropolitana di Bologna è stato emblematico. Visto che l’idea era di Guazzaloca, la provincia e il Soviet di Errani (la Regione) hanno inoltrato una serie infinita di ricorsi e sono riusciti a impedire l’avvio dei lavori dell’opera.

Oggi vediamo un Veltroni dialogante, ma sappiamo che nell’ultima legislatura, solo le divisioni interne all’Unione hanno impedito alla maggioranza di fare a fette il leader dell’opposizione, e che se vince il PD la legge Gentiloni sarà solo l’inizio del calvario che Berlusconi dovrà sopportare, mentre se vincerà il centrodestra l’opposizione al governo sarà totale. Purtroppo, in caso di vittoria del centrodestra, Parlamento e Governo saranno soltanto isole in un mare di potere in mano al centrosinistra. Potere presente nei sindacati, in confindustria, nelle banche, nei grandi giornali, nella magistratura, nella burocrazia statale e locale, fino alla scuola e nelle università. E l’elenco potrebbe continuare. Berlusconi sa che, una volta al governo dovrà lottare contro tutto questo, mentre il popolo, per definizione, non ha potere in quanto è disorganizzato proprio perché numeroso. La verità è che in Italia, il centrosinistra non è tanto l’erede del post-comunismo, ma è l’erede di tutto il sistema di potere della Prima Repubblica. Quando ci sono da fare delle nomine (e in Italia se ne devono fare tante), il centrosinistra può attingere a piene mani ovunque, dalle università al sindacato, dalla burocrazia agli intellettuali, cosa che il centrodestra non può fare. Certo, adesso l’UDC è fuori dalle scatole, ma per riformare l’Italia occorre scardinare i centri di potere esistente che rappresentano una buona metà del paese. A ciò si aggiunga che i problemi sul tappeto da anni sono ancora lì, aggravati dal passare del tempo. Porvi mano significa attuare una rivoluzione antropologica che modifichi le abitudini di vita di un popolo riottoso a cambiare. Significa prendere provvedimenti impopolari, e farlo senza venire a patti con la parte più illuminata dell’establishment è impresa titanica. Se Berlusconi auspica un pareggio con conseguente governissimo non lo biasimo. La vittoria alla Camera rappresenta la possibilità, non soltanto per lui, ma per la parte produttiva del paese che lui bene o male rappresenta, di sedere al tavolo delle riforme con un po’ di potere in mano. Magari necessario a far sì che i ceti produttivi che mandano avanti l’Italia non siano sempre buggerati come è accaduto negli ultimi 60 anni.

(La Voce di Romagna, 26/2/2008)      

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