Berlusconi a colori, Casini in bianco e nero

Davvero Silvio Berlusconi sembra dare il meglio di sé in campagna elettorale. Come non ricordare l’impressionante rimonta del 2006 in mezzo al triste spettacolo di una Cdl ormai rassegnata alla sconfitta? Anche in questa campagna elettorale il Cavaliere ci sta regalando colpi di scena a non finire, e se due anni fa non volle rassegnarsi alla sconfitta, oggi non vuole rassegnarsi a lasciare a Walter Veltroni lo scettro di re dell’innovazione politica.
Con il coupe de theatre di giovedì Berlusconi ha preso due piccioni con una fava. Se da un lato ha riconquistato quel centro della scena che sembrava ormai monopolio esclusivo di Veltroni, dall’altro ha finito con il mettere nell’angolo Pierferdinando Casini, il suo più acerrimo avversario interno durante i cinque anni di governo del centrodestra. Stante il confortante vantaggio che emerge dai sondaggi, Berlusconi ha pensato bene di rischiare. Se proprio deve vincere, il Cavaliere non vuole trovarsi impelagato a urne chiuse in una continua serie di ricatti da parte dei partiti della coalizione, per cui o si sta tutti nello stesso partito, oppure ciccia. Tutto questo, con eccezione della Lega, il cui ruolo di diga è fondamentale, poiché se si sciogliesse all’interno del Popolo delle Libertà, nascerebbe un’altra Lega al suo posto, data la rabbia montante nel nord dell’Italia.

Naturalmente, in questi giorni le riunioni tra gli stati maggiori di Berlusconi e Casini (o fra i due in persona) non mancheranno, però la sensazione che Silvio si sia rotto le scatole appare evidente. In questi scenari di battaglia politica, però, ogni attore politico cerca sempre di agire da posizioni di forza costruendosi opzioni alternative, cosa che Berlusconi ha fatto, facendo capire che in caso di mancata vittoria non disdegnerebbe l’alternativa della grande coalizione. Insomma, piuttosto che sprofondare nelle sabbie mobili di un basso compromesso con Casini, meglio sarebbe un grande compromesso (questo sì storico!) di alto profilo con Walter Veltroni e il Partito Democratico. Per cui, ora sta a Casini regolarsi. Poi, nessuno ha la palla di vetro e potrà dire se l’Udc confluirà o meno nel Popolo delle Libertà (anche se al momento pare difficile), ma se ciò accadrà sarà solo alle condizioni poste da Berlusconi. Se ciò non accadrà, solo le urne ci diranno chi avrà avuto ragione.

Se questi sono gli scenari, non può passare inosservato come tra Casini e Berlusconi si sia arrivati a una resa dei conti che testimonia come tra i due vi sia un’antinomia politica (più che personale) evidente e non conciliabile. Democristiano e politico di professione il primo, quanto populista e anti-politico il secondo. La cultura politica dei due è del tutto opposta, specie nel rapporto con l’elettore. Se Casini è stato forgiato ad agire politicamente all’interno del palazzo, Berlusconi ha sempre cercato un contatto con il suo popolo che fosse più diretto possibile. Infatti, non è un caso che Casini veda come fumo negli occhi un sistema politico sostanzialmente bipartitico, poiché non gli permetterebbe di capitalizzare al meglio le sue capacità di muoversi all’interno del palazzo, magari giocando di sponda con parte dello schieramento avversario, pur non passando mai dall’altra parte. Se in ciò è maestro, Casini non sembra però conoscere altro modo di fare politica. La cultura politica democristiana è stata tutto tranne che populista. Ha sempre concepito il rapporto con il popolo in maniera indiretta e mediata, facendo della clientela non uno strumento, ma lo strumento esclusivo della politica. Berlusconi, invece, ha sempre voluto appellarsi al popolo anche a costo di scivolare talvolta nella demagogia, e ciò gli consente spesso di inventarsi trovate fantasiose ed estemporanee, magari di breve respiro, ma spesso vincenti. In questo, Berlusconi è stato più simile ai comunisti (per questo lo temono), che hanno sempre coltivato il loro rapporto con il proprio elettorato, il quale, diversamente dall’elettorato democristiano, ha sempre visto la propria appartenenza al PCI come qualcosa di cui andare orgoglioso. Inoltre, Berlusconi è un ottimista, simbolo dell’Italia “a colori” degli anni ’80, mentre Casini, pur stando anch’egli attento all’immagine, è figlio di una cultura democristiana ben rappresentata dall’austero bianco e nero degli anni ’70. Insomma, se la Dc ha sempre attirato gli italiani ammonendoli che senza di essa sarebbero stati peggio, Berlusconi ha cercato di attirarli dicendo loro che con lui sarebbero stati meglio.

Certo, la politica è capace di tutto e in nome del potere ogni accordo si può concludere, ma tra Casini e Berlusconi esiste una differenza antropologica irriducibile. Quel che accadrà lo scopriremo tra pochi giorni, ma dopo anni di litigi continui, meglio correre il rischio di una vittoria mutilata, perché un altro calvario politico gli italiani non possono più permetterselo.

   

(La Voce di Romagna, 10/2/2008)                         

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