Un governo nato dall’odio e finito tra le macerie

Muoia Veltroni con tutti i filistei! Questo sembra essere il lascito politico di Romano Prodi all’indomani della sua caduta. Dopo di me il diluvio. Le macerie come viatico da cui ripartire. Non c’è che dire, in questi due anni Prodi ha fatto veramente di tutto per scontentare chiunque, spesso per i fini meno nobili, e la rissa di giovedì in senato altro non è che la logica conclusione dell’interregno del professore.
Ma due sono gli aspetti più significativi dello sfascio in cui ci lascia l’esperienza governativa dell’Unione iniziata dopo le elezioni del 2006. Il primo, ineludibile, è di carattere culturale, ossia l’odio atavico verso Silvio Berlusconi che ha fatto da unico collante a un’alleanza eterogenea quanto strampalata. Un odio irriducibile, figlio di una cultura giacobina di cui è imperniato il DNA di una sinistra, quella italiana, le cui iniziative, anche le più semplici, vengono sempre formulate come una dichiarazione di guerra contro qualcuno: “combattere l’evasione”, “guerra al precariato”, “lotta per l’occupazione” (delle poltrone?), e così via. Una sinistra che, una volta al potere non prende misure, mena fendenti e per capirne le mosse, occorre pertanto chiarire in primo luogo contro chi sono dirette. Negli ultimi 13 anni Berlusconi ha rappresentato il fine ultimo dell’azione politica della sinistra italiana, il bersaglio da colpire, il nemico da eliminare e da gettare in pasto alle viscere di un elettorato “educato” a vedere l’avversario come un simbolo del male. E si sa che quando si indugia sui simboli, si perde di vista l’uomo che dietro ad essi si cela, così la campagna d’odio e di delegittimazione orchestrata nei suoi confronti ha finito per rendere impossibile un quanto mai necessario governo di larghe intese a seguito delle elezioni politiche del 2006, perché accanto al “male assoluto” non si può governare.

E qui si arriva al secondo aspetto della crisi. La pretesa di governare il paese in seguito a un sostanziale pareggio elettorale e con una maggioranza numerica limitatissima al Senato ha obbligato Prodi a scaricare ogni responsabilità verso il passato governo con modi spesso arroganti e irrispettosi al fine di dirottare verso un bersaglio esterno le difficoltà interne alla maggioranza. Certo, severe critiche alla pochezza dei 5 anni del governo della Cdl sono più che legittime, per non dire doverose, ma i toni usati in questi 20 mesi hanno finito per lacerare il paese. E lo stesso è accaduto con la nascita del Partito Democratico. Uno dei pochi eventi positivi del recente panorama politico, che rischia di venir meno a causa delle lotte intestine al centrosinistra figlie di una cultura della contrapposizione che non cessa di produrre effetti disastrosi.

La crisi dei Ds, poi, ha fatto il resto. Ormai consci della loro impossibilità a proporre un candidato presentabile, si sono ridotti a presentare una minestra riscaldata e a conti fatti indigesta come Prodi, pur conoscendo la sua indole testarda e vendicativa. Memori dell’esperienza passata è stato imperdonabile ripresentarlo sapendo che, una volta caduto, avrebbe trascinato con sé i propri alleati nel baratro. Oggi, nel Partito Democratico fa capolino la paura di un’inevitabile resa dei conti con il premier appena sfiduciato, il quale ha visto nella nascita del PD un tentativo di minare il suo potere. La tigna livida e rancorosa con cui è andato in Senato, lungi dal rappresentare un atto di coerenza, ha avuto il sapore della difesa disperata del proprio potere. Un Prodi sì combattente, ma sulla pelle degli italiani. Facile combattere quando il prezzo della sconfitta ricade sugli altri.

Chi dice che bisognerebbe andare al voto con un’altra legge elettorale ha ragione, ma imputare ad essa il fallimento del governo Prodi è sinceramente esagerato. È un modo per dar la colpa sempre e comunque al centrodestra, quando occorre ricordare che a voler assegnare i premi di maggioranza regione per regione al Senato fu Ciampi e che con il vecchio sistema avremmo avuto comunque maggioranze risicate, data la sostanziale parità tra i due schieramenti. No, la verità è che Prodi ha agito scientemente come Hernàn Cortés, quando diede ordine di bruciare le proprie navi per assicurarsi che i suoi soldati lo seguissero senza ripensamenti. Infatti, dopo Prodi ci sono solo macerie, nel centrosinistra, ma anche nel paese.

Un’economia al palo massacrata dalle tasse, salari bassi per colpa di una politica sindacale miope e antistorica, mentre i conti pubblici in ordine tanto sbandierati sono così in ordine che il commissario europeo Almunia ha detto che «per l’Italia le prospettive economiche del 2008 non sono più così buone come erano qualche mese fa, e questo creerà pressioni sulla finanza pubblica», specie perché la crescita prevista all’1,7% nella legge finanziaria si stima che non supererà l’1%. Riguardo alla lotta all’evasione, poi, invece degli 8 miliardi messi in conto da Visco, Luca Ricolfi, autorevole ricercatore dichiaratamente di sinistra, stima che non potranno essere più di 2 o 3. E che dire di una politica estera che ci ha resi tanto popolari presso personaggi come il presidente iraniano Ahmadinejad o il leader dei terroristi Hezbollah, quanto malvisti da Washington o dalla Santa Sede? Sarebbe forse questo un paese rimesso in piedi? Sarebbe questo un paese che ha riacquistato credibilità internazionale?

Questo non è nemmeno più un paese, ma un coacervo di macerie e spazzatura, e per chi dovrà rimettere mani ai cocci si prospetta un compito da far tremare le vene ai polsi, stante anche la situazione finanziaria internazionale. Nel frattempo, godiamoci Prodi fuori dalla scatole, nella speranza di non trovarcelo mai più fra i piedi. Mai più!

(La Voce di Romagna, 26/1/2008)           

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