La parabola del prodismo (Angelo Panebianco, Corriere della Sera)

Nonostante nella giornata di ieri Romano Prodi si sia mostrato assai accondiscendente nei confronti di Walter Veltroni è illusorio credere che ora, dopo la caduta, il «prodismo» sia destinato a una immediata scomparsa, ad andarsene subito, in silenzio. E’ stato troppo importante per la sinistra italiana: verosimilmente, la sua uscita di scena sarà lenta, accompagnata da potenti colpi di coda. Che cosa è stato il prodismo? E, prima ancora, è legittimo parlare di prodismo? E’ legittimo perché, come altri «ismi» importanti della nostra storia (dal degasperismo al berlinguerismo, dal craxismo al berlusconismo), quel termine designa non solo l’avventura personale di un leader e di un gruppo di uomini a lui fedeli ma anche una cultura politica: Prodi e i suoi, quando inventarono l’Ulivo, proposero al Paese un’idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico.

Politicamente, il prodismo è stato il frutto di una anomalia altrettanto radicale di quella che ha caratterizzato la storia del centrodestra, l’una e l’altra figlie del caos e della destrutturazione partitica seguiti al crollo della Prima Repubblica. All’anomalia dell’imprenditore che fonda un partito, «inventa » il centrodestra e ne diventa capo inamovibile ha fatto da pendant, a sinistra, l’anomalia di un uomo privo di una propria base partitica di potere che, nonostante ciò, per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, viene scelto dalla sinistra come candidato premier.

Quell’anomalia si spiega con il fatto che gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico- culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l’uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post». Nel ’96, Prodi era perfetto per il ruolo. Veniva dalla sinistra democristiana, da un mondo che aveva sempre dialogato col Pci e ne aveva condiviso i nemici (l’alleanza contro Craxi fu la progenitrice della successiva alleanza contro Berlusconi). In più, la sua fama di tecnocrate, la dote di relazioni con il business e con la finanza di cui disponeva e la sua concretezza padana promettevano di dare alla sinistra quel valore aggiunto di «modernità» di cui essa aveva allora disperatamente bisogno.

C’è una differenza fondamentale fra il Prodi che affronta le elezioni del 1996 e poi governa per due anni e il Prodi dal 2006 ad oggi. E’ quella che corre fra un fenomeno politico nella fase iniziale, ascendente, e lo stesso fenomeno colto nel momento discendente della sua parabola.
Mise in piedi una coalizione che non era solo «contro» (Berlusconi) ma che aveva anche qualche idea sul che fare per l’Italia. I suoi due anni di governo furono dominati dall’esigenza del rigore (Ciampi, al Tesoro, fu il suo alter ego) e dalla ricerca, coronata da successo, dell’ingresso nell’euro. Poi l’uomo «senza partito» venne messo da parte, tradito dalla sinistra estrema ma anche dal fatto che gli «ex» pensarono (sbagliando) di poterne ormai fare a meno. Richiamato in servizio nel 2006 (per le stesse ragioni per cui era stato incoronato dieci anni prima) si è trovato ad operare in tutt’altre condizioni. Era ormai diverso lui ed erano diversi i tempi. Nel 2006 la coalizione messa in piedi è stata, a differenza del ’96, solo un’accozzaglia eterogenea creata per battere Berlusconi. La nuova legge elettorale ha avuto le sue colpe ma è falso che tutte le colpe siano della legge elettorale. Arrivato fortunosamente al governo, Prodi si è trovato privo di una «missione» e, per giunta, a capo dell’esecutivo più spostato a sinistra dell’intera storia repubblicana.

Era rimasta solo, del tempo che fu, l’aspirazione al rigore (con Padoa-Schioppa al posto di Ciampi), bilanciata, però, dalla forza del «partito della spesa» e dal fatto che ora Prodi, molto più che nel ’96, si proponeva come il garante del rapporto fra moderati e sinistra estrema. Dietrologie a parte, è vero che l’incoronazione di Walter Veltroni a leader del Partito democratico ha dato al prodismo la botta definitiva.

A differenza di D’Alema (l’ultimo dei togliattiani), Veltroni è davvero un «post», uno che si è lasciato alle spalle il passato. La sua affermazione come leader ha reso superflui Prodi e il prodismo. Per un paradosso storico i prodiani furono i primi a volere il Partito democratico ma la sua nascita ha segnato l’inizio della loro fine politica. E’ tutto qui il nodo della ormai famosa «vocazione maggioritaria». Nella visione che era stata dei prodiani il Partito democratico doveva essere il baricentro di una più larga Unione nella quale far convivere la sinistra estrema e quella moderata. Nella visione di un «post» senza complessi come Veltroni il Partito democratico deve diventare adulto camminando sulle proprie gambe. Non è che quella dei prodiani sia una visione «maggioritaria» e bipolare e quella di Veltroni no. Sono due modi diversi di declinare l’idea maggioritaria. Solo che in quella di Veltroni non c’è più posto per i mediatori fra sinistra moderata e sinistra estrema.

Al di là delle apparenze odierne la partita non è finita e Prodi non è uno che si fa mettere da parte. Chi scommette sul fatto che le tensioni interne al Partito democratico diventeranno fortissime scommette sul sicuro.

(Il Corriere della Sera, 26/1/2008)           

Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: