L’Italia arcaica va in onda nella soap opera Mastelliful

Le soap opera familiari hanno sempre riscosso un certo successo in Italia. Ricordiamo Dallas e Dynasty negli anni ’80, Beautiful dagli anni ’90 in poi e via via tante altre ancora. Purtroppo, come cantava Renato Carosone, a noi italiani piace fa’ l’americano, con risultati spesso comici, come Alberto Sordi in Un americano a Roma, commedia esilarante e grottesca ma dalla morale non certo lontana dalla realtà.

Così, invece di Dallas noi abbiamo Mastelliful, invece che il Texas abbiamo Ceppaloni e al posto dei magnati del petrolio abbiamo il mercato (delle vacche) locale dei posti pubblici, dall’usciere ad altre cariche dall’utilità ancor meno probabile. Ma tant’è, questo passa il convento, specie in un periodo di vacche magre come quello attuale. Detto questo, la differenza che salta all’occhio tra le soap e Mastelliful è che qua la realtà supera la fantasia. Se gli autori delle soap, che si industriano per imbastire trame contorte e oscure, avessero fatto un saltino a Ceppaloni avrebbero pensato: “mamma mia! Qua noi saremmo disoccupati!”. Sì, perché Clemente nostro fa tutto alla luce del sole. Quali trame oscure. Lui piazza figli e parenti ovunque, in primis la moglie alla presidenza della Regione Campania: come dire, un posticino bello imboscato che non dà nell’occhio. Ciò che colpisce di Mastella è la sua sfrontatezza da feudatario di 4° categoria. Quel potere che ha, ed esercita, all’interno del suo feudo lo ostenta e ci tiene che a far sapere al mondo intero che quella è casa sua e lì comanda lui. Un’ostentazione che va al di là della necessità di far sapere che per ogni cosa bisogna rivolgersi a lui. E se tutto questo gli procura l’adorazione dei compaesani, fa invece infuriare il resto degli italiani, a cui dà fastidio, non soltanto il fatto che con i pubblici denari lui si coltivi l’orticello politico, ma anche la mentalità retrograda da notabile meridionale che nell’era di internet e della globalizzazione finisce per diventare intollerabile.

Intendiamoci, Mastella non ha il monopolio della corruzione, e come persona ispirerebbe anche una certa simpatia, ma quell’immagine da politicante privo di principi che basa il proprio potere sulle clientele se l’è costruita lui. Se l’Italia intera di destra e di sinistra (escluso quel mezzo milione che lo vota) non lo sopporta la colpa è sua e soltanto sua. Ed qui che sta la sua debolezza, quella debolezza che lo ha reso vulnerabile alle inchieste in corso, perché il buon Clemente può star certo che quel procuratore che lo sta indagando tutt’al più finirà a Zelig, ma non farà la fine di De Magistris.

Ancor più che l’Italia della corruzione, Mastella rappresenta quell’Italia arcaica delle piccole furberie che proprio non vuol saperne di cambiare. Per dirla con Edward Banfield, siamo nell’Italia del familismo amorale, ossia quella concezione, tipica delle società chiuse, che porta a considerare importanti solo le persone che ci stanno attorno fregandocene se il conteso istituzionale è marcio. Salvo però imprecare se in virtù di tale marciume la Campania è sommersa dalla spazzatura. Quella di Mastella è un’Italia arretrata in cui vi è la tendenza a scialacquare ingenti somme in opere ostentatorie, quanto improduttive, allo scopo di giustificare l’esercizio del potere e di distogliere l’attenzione del popolo dai problemi più seri e drammatici. È l’Italia del privilegio della nascita e del rango, privilegi che valgono solo in quanto sono riconosciuti dagli altri, e proprio per questo vengono ostentati. Infatti, lo sfarzo e l’ostentazione tendono proprio a ottenere questo riconoscimento. E la mentalità delle classi alte si riverbera su tutta la società, perché se i notabili hanno sempre vissuto alle spalle del prossimo, anche la burocrazia parassitaria, da essi creata e ad essi fedele, si associa a questa azione di rapina in virtù delle opprimenti imposte che i contribuenti devono pagare per mantenere un ceto di funzionari povero, malcontento, invidioso e improduttivo, sottraendo in tal modo ai poveri e ai ricchi quei capitali che potrebbero servire a finanziare investimenti produttivi. Investimenti produttivi che molti politici, soprattutto meridionali, vedono come fumo negli occhi, perché minerebbero le fonti del loro potere, in quanto consentirebbero di far vivere liberamente molte persone che ora sono costrette a campare delle elemosine della politica e a baciare la pantofola di chi, come Mastella, quelle elemosine elargisce.

Ma il vero sintomo del degrado politico in cui viviamo è che da una scaramuccia di paese tra Mastella e la magistratura si sta consumando la probabile crisi di governo e di un sistema talmente marcio che per spazzarlo via è bastata l’iniziativa di un procuratore da operetta.

(La voce di Romagna, 23/1/2008)          

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