Le profezie di Tocqueville

Alexis de Tocqueville, profeta delle contraddizioni della democrazia di massa, comprese come una democrazia in cui non si crede sia destinata, presto o tardi, alla decadenza dell’animo e dei costumi dei propri cittadini. L’aberrazione morale che ne deriva ben si evince osservando l’Unione Europea, che è arrivata persino a escludere dal preambolo della sua costituzione qualsiasi riferimento alle radici cristiane dell’Europa. Conseguenze di tale aberrazione morale, dovuta all’affermarsi delle ideologie positiviste e anti-cristiane del XVIII e XIX secolo, sono il declino economico e demografico del vecchio continente, e la sua incapacità politica e militare di far fronte ai problemi che si presentano via via nelle aree più calde del pianeta. E a questo occorre aggiungere l’astio anti-americano, tipico dei nobili decaduti nei confronti della nuova classe al potere. Come detto, però, in seguito al viaggio compiuto assieme all’amico Gustave de Beaumont il 2 aprile 1831 (giunsero a New York l’11 maggio), e terminato con la partenza per Parigi il 20 febbraio 1832, Tocqueville scrisse la quell’autentico capolavoro profetico che fu la Democrazia in America, opera nella quale l’autore francese ha condensato le sue impressioni riguardanti la vita dell’uomo nell’allora nascente democrazia americana e, soprattutto, le sue profezie sulle conseguenze relative all’avvento della democrazia di massa. Spaziando fra il giornalismo, la cultura, l’associazionismo e il sistema politico ed economico, Tocqueville non perse di vista l’aspetto religioso relativo a quella che allora poteva considerarsi l’unica democrazia effettivamente compiuta.

Ebbene, il grande genio francese notò come la religione sia elemento basilare per i popoli liberi, perché “quando tra un popolo non esiste più religione, il dubbio si impadronisce delle più alte sfere dell’intelligenza e paralizza in gran parte le altre. Ci si abitua ad avere sulle materie che maggiormente interessano noi e i nostri simili, solo idee confuse e mutevoli; si difendono malamente le proprie opinioni o le si abbandona e, siccome si dispera di poter risolvere da soli il maggiore dei problemi che i destino umano presenta, ci si riduce vilmente a non pensarci più. Uno stato simile non può mancare di infiacchire gli animi; allenta le molle della volontà e prepara i cittadini alla servitù. Così succede che non solo essi si lascino portare via la libertà, ma che spesso la cedano”. Inoltre, “quando non esiste più autorità in fatto di religione, così come in fatto di politica, gli uomini fanno presto a spaventarsi di fronte a questa indipendenza sconfinata. Il mettere continuamente in discussione tutte le cose li preoccupa e li stanca: siccome tutto si muove nel mondo spirituale, vogliono almeno che tutto sia fermo e stabile nell’ordine materiale e, non potendo più ritrovare le loro antiche credenze, si danno a un padrone”.

nell’animo e desiderosi soltanto di mettersi nelle mani di stati-padroni da cui si pretende sempre di più (e perciò si è sempre più scontenti) e a cui in maniera sempre più indegna ci si prostituisce. La delegittimazione che da due secoli è stata vittima la religione ha avuto come unico effetto quello di sostituire Dio con uno Stato che si è voluto onnipotente nel risolvere i problemi quotidiani a cui i cittadini europei dovrebbero provvedere da sé, salvo rivelarsi onnipotente nel trucidare milioni di persone nella sua versione totalitaria e nel provocare decadenza nella sua versione democratica.
Sempre Tocqueville dubita che “l’uomo possa mai sopportare contemporaneamente una completa indipendenza religiosa e una totale libertà politica”; ed è incline a pensare che “se non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda”. Inoltre, ritiene plausibile che l’utilità delle religioni possa essere ancora più evidente tra i popoli in cui le condizioni sono uguali (ossia quelli democratici) che non tra tutti gli altri. “Bisogna riconoscere che l’uguaglianza, che pure porta grandi vantaggi nel mondo, instilla però negli uomini istinti pericolosissimi; essa tende a isolarli gli uni dagli altri, per indurre ciascuno a non occuparsi altro che di se stesso. Inoltre, dispone esageratamente il loro animo al culto dei godimenti materiali. Il più grande vantaggio delle religioni è di ispirare istinti totalmente opposti. Non esiste religione che non situi l’oggetto dei desideri dell’uomo oltre e sopra i beni della terra e non elevi naturalmente la sua anima verso regioni di gran lunga superiori a quelle dei sensi. E parimenti non esiste religione che non imponga a ogni individuo un qualche dovere verso la specie umana, oppure un dovere comune, e non lo sottragga ogni tanto alla contemplazione di se stesso. Il principale dovere della religione è di purificare, regolare e limitare il gusto troppo ardente ed esclusivo del benessere che tutti gli uomini provano in tempi di uguaglianza. Essa non riuscirà affatto a distogliere gli uomini dall’amore delle ricchezze, ma può persuaderli ad arricchirsi solo con mezzi onesti”. E ancora: “I popoli religiosi sono dunque per natura forti propri ove i popoli democratici sono deboli; il che dimostra di quale importanza sia che gli uomini, diventando uguali, mantengano la propria religione”. Come insegna l’attuale debolezza dell’Europa nei confronti dell’Islam.

Nel suo discorso parlamentare in sede di dibattito sull’indirizzo di risposta al discorso sulla corona del 1844, Tocqueville disse di non aver “mai visto dei popoli liberi la cui libertà non affondasse più o meno profondamente le sue radici nella fede religiosa”, in quanto “la libertà [è] molto meno figlia delle istituzioni che dei costumi, e i costumi [sono] figli delle credenze”. E riferendosi alla sua Francia aggiunse che “se le credenze religiose sono necessarie a un popolo libero, lo sono ancor di più a una nazione democratica come la nostra”. Lo sforzo fatto dalla società per soccorrere chi alberga nei bassifondi della società necessita di credenze religiose delle quali lo scrittore parigino vedeva compiersi la rovina. La sola “fredda e vana” filantropia era da lui ritenuta insufficiente. “Credete che per andare in aiuto a tutte queste miserie, sollevare tutte queste debolezze, istruire tutte queste ignoranze, illuminare tutte queste tenebre, credete che non abbiamo bisogno di chiamare in aiuto tutti gli uomini religiosi, tutte le fedi, tutti i cleri tutte le comunioni? Certamente non lo credete. Da parte mia, sono convinto del contrario, e il pericolo maggiore che vedo in queste lotte funeste è che sono persuaso che prima o poi esse renderanno l’indifferenza totale, che, per la violenza del clero da una parte, per l’irritazione che esso causa ai suoi avversari dall’altra, noi andiamo verso la rovina, o quanto meno la decadenza di questa fonte della quale, secondo me, la società non può fare a meno”.

(Le Ragioni dell’Occidente, dicembre 2007)                                    

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