Una tragedia annunciata che lascerà tutto come prima

Come sempre accade in Italia, occorre la tragedia per accorgersi di un problema. Occorre la quasi bancarotta dello stato per accorgersi del debito pubblico, occorrono i morti negli ospedali per accorgersi della malasanità e occorre una barbara uccisione come quella della povera Giovanna Reggiani per accorgersi del problema immigrazione. Sembra di essere tornati agli anni piombo, quando ci volle l’omicidio di Aldo Moro e la sua scorta per accorgersi del terrorismo. E oggi, come allora, la risposta è stata improntata a misure di emergenza, a testimoniare come la nostra classe dirigente si faccia sistematicamente cogliere alla sprovvista da eventi tutto sommato prevedibili, come quelli legati alla criminalità rumena, in vertiginoso aumento negli ultimi mesi. Atti di violenza e clonazioni di bancomat e carte di credito ad opera di rumeni sono stati all’ordine del giorno nell’ultimo anno e mezzo, e chi lo faceva notare veniva immancabilmente tacciato di razzismo dai progressisti politically correct di casa nostra. Hanno un bel da cianciare i membri del governo e il sindaco di Roma Veltroni, quando giusto il giorno prima dell’omicidio di Giovanna Reggiani negavano con arroganza l’emergenza rom per giustificare la scelta, da parte del governo, di avvalersi del disegno di legge, invece che del decreto. Tanto, l’emergenza dov’era? È bastato un omicidio nella capitale per far rinsavire Romano Prodi e il ministro dell’Interno Giuliano Amato. Certo, cambiare idea quando si capisce di aver sbagliato significa dimostrare umiltà e buon senso, ma quando ciò accade a chi ha sempre operato all’insegna dell’arroganza e della presunzione, come è il caso dell’attuale governo, allora il cambio di decisione assume il significato di un voltafaccia dettato dagli eventi, segnale di un governo in balia dell’emergenza da esso stesso creata.

E che dire dell’ineffabile sindaco di Roma, nonché candidato premier in pectore del Partito Democratico, Walter Veltroni, che, folgorato sulla via di Damasco ha chiesto l’immediata espulsione dei clandestini, dopo decenni di buonismo a buon mercato? Eppure, il buon Walter ha avuto tutto il tempo di rendersi conto del problema da quell’osservatorio privilegiato che dovrebbe essere la poltrona di sindaco di Roma. Certo, occuparsi un po’ più di criminalità e un po’ meno di cinema e notti bianche non guasterebbe. Ma il “soldato Walter”, non è la stessa persona che ha tuonato contro l’affossamento della commissione d’inchiesta sul G8, voluto dalla sinistra estrema al solo fine di mettere sotto processo mediatico e politico le forze dell’ordine al posto dei delinquenti che devastarono Genova? Come direbbe Maurizio Crozza, Veltroni sta con le forze dell’ordine, ma anche con i suoi aggressori, ossia i no global, che saranno quel che saranno, ma fan pur sempre parte dell’album di famiglia e anche se hanno devastato mezza città rimangono sempre, tutt’al più, compagni che sbagliano. Per cui, guai a chi li tocca!

Oltre tutto, il centrosinistra è dai tempi di tangentopoli che continua a cianciare di legalità, ma quando si passa dalle parole ai fatti, eccoci un governo che decurta i fondi per la sicurezza, pur nell’ambito di una finanziaria che ha aumentato la spesa pubblica a dismisura. E, come non bastasse, si trova ad imbastire un decreto legge in fretta e furia e in preda al panico del momento, nel quale si invocano espulsioni senza predisporre i mezzi necessari per procedere materialmente con i rimpatri. Inoltre, si scopre che ciò che si spaccia per espulsioni altro non sono che “provvedimenti di espulsione”, ossia la consegna del foglio di via agli interessati, che consiste in un avviso in cui viene indicato, come si legge nel decreto, “il termine stabilito per lasciare il territorio nazionale”. C’è almeno un mese di tempo dalla notifica e chi non se ne va e viene di nuovo identificato incorre in sanzioni penali lievi, addirittura con un minimo di un mese di reclusione, convertibile in una pena pecuniaria e con la possibilità di fare ricorso al giudice ordinario, che può revocare l’espulsione.

Giovedì sera un commissario di polizia di Bucarest, davanti ai microfoni del Tg 5, ha detto ciò che chiunque, tranne i tromboni della politica romana, sa e vede: ossia che se a Bucarest non ci sono problemi di criminalità e a Roma sì, è perché i criminali rumeni preferiscono venire in Italia per via del fatto che in Romania, a differenza dell’Italia, vanno incontro a sanzioni molto dure. Da noi, invece, la vulgata sinistrorsa, alla quale anche il centrodestra si è prontamente adeguato, recita che è ingiusto punire gli immigrati che delinquono, perché se sono costretti a lasciare il loro paese è colpa delle ingiustizie di questo mondo dominato dal capitalismo trionfante e sfruttatore, e non di 45 anni di comunismo. I comunisti hanno reso i rumeni poveri a casa loro e, spalancando loro le porte, li rendono criminali a casa nostra. Che bel risultato!

Ricordo che, mesi fa, in occasione dell’entrata di Bulgaria e Romania in Europa ebbi a scrivere: “Per quanto concerne la Romania, poi, si prevede che l’adeguamento normativo in materia di diritto del lavoro, a seguito dell’adesione all’UE, provocherà una delocalizzazione della produzione verso l’Albania, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione, che diminuirà, e sull’immigrazione, che aumenterà, soprattutto verso l’Italia”, dove “masse di immigrati a basso prezzo la invaderanno ancor di più di quanto non accada oggi. Oltre agli scontati problemi di ordine pubblico, tutto ciò fornirà l’occasione a molti industriali e all’intero paese di illudersi di poter tirare a campare con produzioni a basso contenuto tecnologico e bassi salari (specie se in nero), ritardando così ulteriormente quei processi innovativi ormai improcrastinabili”. Solo il governo italiano non ci aveva pensato.

  (La Voce di Romagna, 5/11/2007) 

  

              

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