Cortocircuito democratico

Più di un secolo e mezzo fa Karl Marx disse che uno spettro si stava aggirando per l’Europa: il comunismo. In alcuni luoghi si è pure materializzato, e non solo storicamente, nella sua forma più truce, mentre in altri, come l’Europa continentale di cui l’Italia fa parte, si è materializzato nella forma più soft e welfarizzata, assai meno deleteria nell’immediato, ma capace di distruggere subdolamente una società a poco a poco, annegandola nelle comodità e fiaccandone lo spirito rendendola inerte davanti alle situazioni difficili.

E proprio l’inerzia sembra caratterizzare l’Europa di oggi. Quali siano i problemi ormai ognuno lo sa, lo stesso dicasi per le soluzioni, eppure nessun provvedimento viene preso. Naturalmente, i provvedimenti in questione sono alquanto impopolari. Si pensi alle pensioni. La spesa pensionistica è fuori controllo, eppure alzare l’età pensionabile è alquanto difficile per qualsiasi politico, dato che nessuno accetta di pagare “per le ruberie altrui”. Sì, perché le ruberie sono sempre “altrui”, ma a ben vedere, la politica in Europa (e in Italia più che altrove) ha costi abnormi, perché dà da mangiare a tanti, direttamente, tramite il pubblico impiego, e indirettamente tramite leggi e leggine varie finalizzate a creare e garantire privilegi. La categoria “altrui”, quindi, finisce per essere alquanto numerosa e piena di interessi tra loro contraddittori. 

Ma se la politica dà da mangiare a tanti, come mai questi ultimi sono così scontenti? Perché è impossibile accontentare tutti in maniera qualitativamente congrua. Il dipendente pubblico, entrato magari per raccomandazione, può pretendere il posto fisso e garantito a vita, secondo il principio del poco in cambio di poco. Ma poiché gli uomini non tendono ad accontentarsi, e il dipendente pubblico non fa certo eccezione, eccolo reclamare diritti sostenendo che sono altre le branche pubbliche inefficienti. Certo, se avesse lo spettro del licenziamento per scarsa produttività reclamerebbe meno, ma un politico oserà mai mettere in discussione i privilegi dei pubblici impiegati muniti di diritto di voto?

Ecco qui che arriva il cortocircuito democratico. Prendere provvedimenti giusti ma impopolari è quasi impossibile in una democrazia. Quel che non si ha il coraggio di ammettere è che l’ordine politico fondato sulla democrazia rappresentativa sta perdendo colpi. Poiché la democrazia rappresentativa è un’istituzione piuttosto recente, è normale che si annaspi nella ricerca dei problemi da essa provocata. Uno di questi, sotto gli occhi di chiunque lo voglia vedere, è quello del rapporto tra politica e consenso elettorale. L’elettore, da cittadino si è via via trasformato in cliente, che il politico deve soddisfare. Ma il politico, a differenza dell’imprenditore, non cerca di soddisfare le esigenze dell’elettore consumatore con denaro proprio, ma con il denaro del tax-payer, così che la mancata soddisfazione non viene sanzionata dal giudizio del mercato per mezzo di un provvidenziale fallimento.

Col tempo, poi, questo rapporto si è andato intensificando innescando una spirale perversa fatta di maggiori promesse da parte del politico seguita da maggiori aspettative da parte del cliente elettore, che si traducono a loro volta in maggiori spese pubbliche e, di conseguenza, in maggiori tasse. Infatti, le tasse, in tempi di democrazia, sono notevolmente aumentate per mantenere un welfare sempre più dilatato verso la classe media, elettoralmente assai più appetibile di quel 10% di poveri per cui il welfare state dovrebbe esistere, ma che trova elettoralmente sconveniente servire. A maggiori tasse si accompagna poi una maggior coercizione. Come sostiene Bertrand de Jouvenel nel suo Del Potere: “si può constatare come il passaggio dalla monarchia alla democrazia sia stato accompagnato da uno sviluppo prodigioso degli strumenti coercitivi. Nessun re ha mai potuto disporre di una polizia che fosse paragonabile a quella della democrazia moderna”. Anche l’economista Hans Hermann Hoppe ritiene preferibile la monarchia alla democrazia, in quanto nella prima il sovrano, essendo proprietario del territorio che governa (es. Montecarlo) ha interesse a gestirlo nel migliore dei modi, mentre in democrazia il sovrano, essendo sempre sottoposto al giudizio dell’elettore, si comporta come l’affittuario in attesa di sfratto, che ha interesse ad arraffare quanto più è possibile finché resta al potere.

Il potere politico, quindi, deve cercare una nuova legittimazione garantendo benessere e mentre la partecipazione politica, che dovrebbe essere il sale della democrazia, finisce per scemare, dato che i cittadini hanno una percezione dell’influenza del proprio voto sempre minore, a farsi amare è soltanto l’ordine, ma la società sarà pervasa da un endemico disordine ordinato dalla stessa passione che lo genera, l’amore per il benessere. Ciò che bisogna soprattutto temere nelle società democratiche, quindi, non è la ribellione, ma l’apatia dei cittadini.

Come ben osservò Alexis de Tocqueville, ciò che finisce per imporsi nel mondo moderno e democratico, è una nuova forma di dispotismo, non più basato sulla forza e il terrore, ma “più esteso e più mite” che avvilisce gli uomini senza tormentarli, giorno per giorno, portandoli a non pensare. Questo dispotismo “è un potere immenso e tutelare, che si incarica di assicurare agli individui il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente ed il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali…perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?”.

Secondo Ludwig von Mises, la procedura elettorale è un metodo per cambiare governo assai meno costoso delle rivoluzioni, sia in termini di vite umane che di denaro, ma Mises, che fu un liberale adamantino, non si spinse mai molto in avanti nell’elogio della democrazia. Inseguire sogni egualitari di ripartizione di ricchezza, serve soltanto a illudere il popolino e a solleticarne l’invidia, salvo impaludarsi nella più facile difesa di interessi contingenti, perché il politico tiene pur sempre famiglia. Certo, oggi non si scorge un’alternativa alla democrazia, ma perché essa funzioni, seppur in modo imperfetto, deve restare l’ancella dell’ordine liberale fondato sulla proprietà privata, garantendo il ricambio dei governanti di uno stato minimo. In caso contrario, vale quanto detto da Harold Mencken, ossia che ”La democrazia è l’adorazione degli sciacalli ad opera dei somari”.

(Le Ragioni dell’Occidente, settembre 2006)

 

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